‟Sissignore.”

‟Non dovete trovar Roma molto divertente.”

‟Napoli è la patria del cuore,” mormorò Riccardo, ‟ma qui si pensa.”

‟Già,” disse il redattore, rimettendosi filosoficamente a correggere le bozze.

Un'altra volta:

‟V'ho incontrato al ministero di agricoltura, oggi. Siete impiegato?”

‟Pur troppo!”

‟Non è mica una cosa dispiacevole. Io me ne trovo bene, ai ventisette del mese.”

Non altro. Ma era già molto, per un essere abbandonato come Riccardo, chiuso nel suo gabbiotto, come una lumaca. Egli non discorreva neppure col giovane amministratore, al primo del mese, quando andava a riscuotere. Quelle sessanta lire dategli per il suo lavoro meccanico, gli sembravano una cosa così umiliante, che non le contava, non le guardava neppure, firmava subito subito nel registro. I suoi amici credevano che egli guadagnasse molto e si meravigliavano che egli abitasse ancora una stanza da venti lire il mese, che mangiasse ancora al Trevi, che non pagasse qualche tazza di birra agli amici. Qualcuno gli chiese in prestito cinquanta lire: un altro, più audace, gliene chiese duecento. Egli rifiutava: gli dicevano:

‟Perchè non te le fai dare all'amministrazione del giornale?”