E lo tenevano per avaro, per egoista. In realtà egli soffriva della sua miseria, fortemente. Assopito nel cuore il dolore della morte di suo padre, sviluppata l'intelligenza dalle scorie che la rendevano inoperosa e la deturpavano, a venti anni, in una grande città come Roma, dove la vita già si disegnava a linee di capitale, il giovanotto cominciava a provare l'arsura di tutto quello che gli era conteso. Quando usciva di tipografia, alle sette, nell'ora in cui tutte le trattorie fiammeggiano di lumi e sono riboccanti di gente, mentre passeggiava lentamente, per sollevarsi dal lavoro, prima di pranzare, egli dava un profondo sguardo d'invidia alle trattorie dei ricchi, degli uomini felici, che mangiavano delle pietanze delicate in una porcellana elegante: e si rammentava di averle gustate, da bambino, quelle dolcezze, nei giorni in cui suo padre aveva denaro, quelle galanterie da palati viziati, il caviale, la ragosta, la pernice, lo storione, la beccaccia, le salse rosse o verdi, colorite gaiamente, piccanti. E la sua fantasia viaggiava anche più in là: passando innanzi ai grandi palazzi patrizi, egli indovinava la maestà delle vaste stanze da pranzo, coi loro legni scolpiti, col luccicare vivido dei cristalli e delle argenterie, coi tappeti molli, dove non si udiva il passo dei servitori, coi fiori strascicanti sul candore della tovaglia, col sorriso muto e incoraggiante della padrona di casa. Le trattorie di terz'ordine che era costretto a frequentare, con la loro biancheria dalla dubbia pulizia, dall'odore nauseante di sapone, con le posate di metallo giallo, i piatti grossi e pesanti, con le solite pietanze quotidiane, dai miscugli equivoci, rivoltavano i suoi istinti aristocratici, e mangiava per saziarsi, sempre seccato, incapace di prolungare di un minuto il pranzo, soffrendo di tutto, anche delle mani del cameriere che gli porgevano il piatto e che gli sembravano ignobili. Quando una prima rappresentazione era annunziata, strombazzata, aspettata, e tutti ne parlavano, e quelli che potevano andarvi si consideravano assai fortunati, egli si rodeva di non poterci andare, ricordandosi della sua infanzia e della sua adolescenza, ogni sera al teatro, dappertutto, nei migliori posti, senza spendere un soldo, andando sul palcoscenico dove pochi potevano andare, carezzato dalle attrici. Giammai al Baiardo aveva avuto un biglietto di teatro: e intanto tutti credevano che egli ne fosse pieno e gliene chiedevano talvolta; e quando, in una sera di prima rappresentazione, lo vedevano comparire al caffè, si meravigliavano:
‟Non sei al Valle? Non vai all'Apollo?”
‟Il teatro mi secca,” faceva lui, alzando le spalle.
Non era vero. Quand'anche fosse stato cattivo lo spettacolo del palcoscenico, frivola la commedia, noiosa e risaputa la musica, la sua immaginazione di venti anni trasaliva all'idea di veder tante donne riunite in una sola sala, vestite elegantemente, sorridenti o melanconiche, adorne di fiori e di gioielli. Dopo due anni di esistenza selvaggia, fuggendo le passeggiate e i ritrovi, egli aveva ceduto alla natural simpatia che lo faceva fantasticare dietro ogni profilo femminile che incontrava per la via. Timido e superbo con gli uomini, temendo sempre qualche cosa di offensivo pel suo orgoglio, egli sentiva che le donne sono più buone, più indulgenti, più carezzevolmente affettuose, più nobilmente pietose: sentiva che il suo bisogno di tenerezza, di dolcezza, di amore mite e gentile soltanto in loro si sarebbe potuto appagare. Egli non invocava, come può farlo un carattere forte e temprato, un amico serio e affettuoso, sagace nel consiglio, virile nell'ammaestramento: egli invocava l'amica ideale, parola amorosa e voce toccante, opra gentile e sguardo ammaliatore, pietà muliebre vestita di velluto e spirante profumi, affetto sentimentale, vergato in una calligrafia delicata, sopra una carta bizzarra, bizzarramente cifrata. Alla debolezza del suo cuore non era necessaria un'affezione salda ma severa, pronta all'aiuto come al biasimo rigeneratore: egli aveva bisogno della compassione femminile che ha una scusa per tutti gli errori, che ha un perdono per tutti i peccati. L'amico vi offre la mano leale e l'opera sua: ma la donna è sempre più vicina al vostro cuore, essa non può far nulla, ma piange con voi. Riccardo aveva la nostalgia di un lungo pianto femminile unito al suo, un lungo pianto dolcissimo e puro che si portasse via le amarezze accumulate da anni.
Nella crisi di tenerezza che lo invadeva, ogni apparenza muliebre suscitava la sua fantasia. Un paio di occhi socchiusi dietro una leggiera veletta nera; un sorriso fuggitivo che arcuava gentilmente un labbro sottile; un piede snello che appena appena toccava il marciapiede; una testina intravveduta dietro i cristalli di una carrozza fuggente; qualche ombra errante sopra un terrazzo principesco, nelle ore crepuscolari: una impressione, una visione, un nulla che fosse femminile gli prendevano l'anima. La poesia della donna era la prima che schiudesse il cuore del poeta, e doveva essere la più profonda: e non amando ancora, non essendo forse predestinato a quella eccezionale, rara forma del sentimento che è la passione, egli poteva analizzare consecutivamente tutte le attrazioni, tutte le seduzioni dell'ideale muliebre. Uno dei suoi più acuti piaceri erano le domeniche a Villa Borghese, in quello sfilare continuo di equipaggi, dove le donne troneggiavano, dove le donne trionfavano, ora nell'umiltà delle palpebre abbassate, delle bocche pensose, ora nel languore di certe pose abbandonate, ora nella serenità della indifferenza. Egli vi andava sempre: e quando cadeva il sole, rosso ardente, fra i cipressi di Monte Mario, e i vestiti delle donne si scoloravano ed esse stesse sembravano colpite da pallore, Riccardo provava l'emozione intima dei grandi spettacoli umani. Due o tre volte, coi suoi quattrini, soggiacendo poi a piccole ma tormentose privazioni, era andato al teatro: una sera proprio all'Apollo. Visione prolungata per tre ore, e che illuminò le sue buie giornate per gran tempo: visione di bei quadri scintillanti che accendevano il sangue, di profili evanescenti che trasportavano l'anima in regioni ideali, di pallori pensierosi, di molli linee armoniose: visione di lusso e di ricchezza, nella bella espansione della donna. Oh, egli non amava punto le giovanette borghesi dai paltoncini neri e dal cappellino piumato di nero, che andavano su e giù pei marciapiedi del Corso; nè le ragazze che lavoravano a macchina nella casa dirimpetto alla sua; nè le crestaine snelle, dai capelli incipriati, dallo scialletto nero che batteva sulle calcagna. La donna povera, o gretta, o costretta a lavorare, o volgare, ripugnava alla sua fantasia di poeta: e non dava il suo cuore, come tanti suoi amici, al primo sguardo affettuoso, alla prima dolce parola: egli conservava il suo cuore alla prediletta, alla ignota, alla donna circondata da tutte le eleganze, esoticamente profumata, maestra di tutte le finezze spirituali.
Pur desiderandolo, questo essere ideale gli sembrava inaccessibile, a lui ignobilmente povero, facente un lavoro oscuro di polipo. Solo uno spiraglio, solo uno: non la ricchezza, o la nobiltà, o la fortuna politica, conquiste troppo lontane, troppo difficili, ma il successo letterario, la reputazione di scrittore, il nome di giornalista alla moda. Egli indovinava, intuiva il cuore femminile: quando nel brioso resoconto parlamentare, lo scrittore abbandonava gli oratori noiosi della politica, per inneggiare alla seducente contessa che era comparsa, benefica apparizione, nella tribuna diplomatica; certo, per quanto la contessa fosse abituata agli omaggi, quel pubblico, delicato omaggio, fatto in una forma così gentile, doveva riescirle gratissimo. Quando all'indomani di una festa al Quirinale, lo scrittore scioglieva in un poemetto di prosa la sua ammirazione per le dieci dame più belle, più eleganti, Riccardo immaginava quanto piacesse alle orecchie femminili quel lusinghiero linguaggio. — Le donne — egli pensava — sono riconoscenti a chi sa apprezzarle, esse conoscono bene i loro amici; esse sono dolci al poeta che le canta. — E per arrivare a questo suo sogno, l'arte, la poesia, la letteratura, il giornalismo gli apparivano come un mezzo necessario, unico. Aveva allora ventidue anni: e molte volte bestemmiava la oscurità da cui niente lo traeva. Le sue collere erano vane, poichè non producevano nè una risoluzione forte, nè una reazione di serenità. Come tutti i temperamenti fantastici e morbidi, alacre era la vita interna del suo spirito, e impacciata, infeconda, nulla la sua vita d'azione.
Un giorno, il redattore teatrale, che stava correggendo una poesia in lode della signora Pia Marchi, gli disse:
‟Volete andare al teatro? Vi è una poltrona pel Politeama, dove non posso andare. Vi sentite di far due paroline di cronaca, domani? Due soltanto.”
Riccardo si fece pallido come un cencio, per la collera, pel piacere: disse di sì, prese il biglietto rosso. Un grande tumulto si faceva nel suo cervello, andava col capo chino, pensando come avrebbe scritto quelle poche parole, cercando una frase efficace, che fosse anche una rivelazione di quello che egli sapeva fare. Ma non aveva provato le sue forze da tanto tempo, e a un tratto la prosa degli scrittori del Baiardo, che gli era caduta in disgusto, gli sembrava ora insuperabile, e le colonne del giornale gli parevano troppo maestose per la sua pochezza. Avrebbe scritto delle corbellerie, o fatta la solita noticina di cronaca. Volle confortarsi la mente: facevano la Forza del Destino, comprò il libretto, andò a leggere la biografia di Verdi in una enciclopedia che la biblioteca del ministero possedeva. Mangiò assai in fretta, andò a vestirsi subito, il Politeama era lontano e doveva andarci a piedi: e intanto ruminava la sua nota di cronaca, ora pensava di cominciare con un verso di De Musset, ora con un motto latino, pensava una freddura sul cognome del baritono e un aggettivo nuovo per la prima donna. Tutto raccolto in sè, passando sul Ponte Sisto, non si accorse di qualche carrozza che tornava indietro e dei pedoni che venivano incontro a lui. Presso il teatro soltanto vide il cartellone attraversato da una striscia rossa: Per cause involontarie e imprevedute, questa sera: Riposo. — L'Impresa. Ripassando sul ponte, egli si domandò se non era meglio, dinnanzi a una avversità così costante, se non era meglio fare un tonfo nelle acque fredde del fiume e lasciarsi trascinare dalla corrente a mare. Ma non era esso l'uomo delle pronte decisioni, ed ebbe orrore di una morte volgare, il corpo gonfio di acqua, la faccia gialla, la bocca piena di rena. L'indomani, malgrado tutto, egli volle fare la nota di cronaca; ma non sapeva che cosa dire: inesperto giornalista, non aveva neppure chiesto allo spaccio dei biglietti la ragione del riposo. Dopo molti stenti, dopo molte carte lacerate, egli arrivò a copiare, testualmente, l'avviso dell'impresa. Lo portò al Baiardo, in anticamera lo consegnò al piccolo perchè lo desse a comporre. Come se si trattasse di un articolo, egli trepidò, nel pomeriggio, aprendo le bozze: la nota non vi era, il redattore capo, trovandola inutile, l'aveva tolta via. Questo fu l'ultimo colpo.
L'indomani, quietamente, comprò un foglio di carta bollata e fece una domanda al ministero di agricoltura per essere ammesso a un concorso per posti di vice-segretario. L'esame si doveva fare in febbraio, e in quei tempi non si chiedeva molto agli impiegati: d'altronde il suo lavoro come straordinario era già un titolo. Le ricerche per avere la fede di nascita, le altre carte necessarie, certe pratiche, l'andare e venire, distrassero Riccardo Joanna dalla ruina che era avvenuta nelle sue speranze. Nelle ore di libertà, adesso, invece di legger giornali e di discutere pei caffè, studiava le materie del programma, voleva almeno riescire in questo, poichè il suo destino voleva così: e già vedeva il suo lento progresso burocratico, quel salire duro e stentato, ma sicuro, quell'orizzonte breve, ma accessibile. Con un paio di altri giovanotti che pure si preparavano a questo concorso, si vedevano, nelle ore di libertà, e tenevano conferenze sulle materie dell'esame, passeggiando talvolta, o anche a pranzo, tenendo sempre lo spirito occupato, non volendo pensare ad altro, non volendo mai distrarsi. Faceva sempre il suo lavoro di correzione, ma ora se ne sbrigava molto più presto, con una certa fretta di andarsene, senza badar più a quello che leggeva. Era arrivato finalmente a vedere Fantasio, un giorno, per le scale, insieme al direttore: e l'originale scrittore fumava una sigaretta e sorrideva ascoltando un racconto del suo amico; ma Riccardo era troppo deluso per provar più nessuna emozione alla vista di quei forti.