Persuaso di non aver nè ingegno, nè vocazione, nè fortuna, ora l'indifferenza succedeva alla passione giornalistica. Chissà, forse era meglio, per la pace del cuore e per la salute, essere un buon impiegato, zelante, amato dai superiori, sempre in aumento di grado e di stipendio, col cavalierato in prospettiva, la pensione per la vecchiaia e una morte tranquilla. Almeno, al ministero non vi erano templi misteriosi, chiusi ermeticamente ai profani, dove non si poteva penetrare nè con l'umiltà, nè con l'audacia: e la simpatia, l'ammirazione del pubblico non sono un monopolio! Niente di questo: una bella esistenza monotona e quieta senza troppi guai. Si trattava di riescire, e Riccardo studiava molto. Per una reazione naturale e che indicava non esser rimarginate le sue ferite, egli si burlava di sè stesso, delle sue ambizioni, dei suoi progetti, delle sue fantasie. Questo impiegato pallido, dall'aria un po' fatale, lo faceva ridere, quando si mirava nello specchio: questo poeta che non sapea fare versi, questo prosatore senza prosa, questo giornalista senza giornali, gli sembrava un caso comico. Un giorno aveva sognato di poter amare una duchessa, di essere amato da una contessa, di poter sedurre e rapire la moglie di un banchiere! Riccardo sogghignava. Gli parea di esser diventato una persona seria, ora che aveva prestabilito il suo avvenire, rinunziando a tutte le follie: e con la precipitazione e il bisogno di progettare di tutti gli ingegni meridionali, egli si figurava già di esser riescito, di aver avuto il decreto di nomina. Allora egli si vestiva di scuro, come per una solennità, andava dal redattore capo e in poche parole gli annunziava le sue dimissioni. Costui, forse, lo avrebbe interrogato sulle ragioni: allora gli avrebbe narrato tutto, la sua infelice, non corrisposta passione per il giornalismo, e il colpo sofferto e la delusione immensa e infine il proponimento di salvataggio, buttandosi nelle braccia della burocrazia. Con questo discorso che egli avrebbe pronunziato con l'enfasi del sentimento, egli certo sarebbe arrivato a scuotere la distrazione laboriosa del redattore capo e gli avrebbe fatto intendere quale servo fedele e amoroso essi perdevano. Invano avrebbero tentato di trattenerlo: a una vita seducente ma precaria, piena di grandi soddisfazioni, ma piena anche di grandi dolori, egli preferiva una esistenza mediocre ma pacifica, gretta forse ma non fallace: lo lasciassero andare, lo lasciassero andare per la sua strada, oscuro, ignorato, come tutti coloro che non seppero o sdegnarono d'imporsi.

Esaltandosi su questo discorso, racchiudendo esso tutta una nobile vendetta, Riccardo si avvicinava al tempo dei suoi esami. Mancavano soltanto quindici giorni, quando il Pompiere, il redattore teatrale, che decisamente aveva preso in simpatia questo educato e taciturno correttore di bozze, gli disse ancora:

‟Giovanotto, volete andare al Valle? fanno una commedia nuova, in cinque atti, di autore patrio: e corre una voce molto grave, che sia una commedia a tesi. Tutto questo è più forte di me: del resto, io ho da andare a Napoli. Che Iddio vi assista nella dolorosa prova! Darete gli appunti di cronaca a qualcuno in redazione che li compilerà. Chiederò notizie della vostra salute, al mio ritorno.” E non smentendo un minuto la sua gravità abituale, egli girò sui tacchi e andò via. Riccardo sorrise ironicamente: non era più un bambino come quello di una volta, per commuoversi di un biglietto di teatro. Placidamente lo serbò e non affrettò mica il suo pranzo per andare al Valle: obbedendo a un antico strascico di vanità giornalistica, disse ai suoi commensali, con aria sdegnosa:

‟Che noia, stasera! Il Pompiere è fuori e io ho ancora da andare al Valle, per udire una terribile commedia in cinque atti.”

‟Che originale, questo Joanna,” disse il suo ammiratore, il Brandi, altrimenti detto il segretario particolare di Joanna; ‟egli si secca di tutte le cose che divertono gli altri. Dammelo a me, questo biglietto, chè ci vado io.”

‟E l'articolo, lo fai tu?” disse Joanna, mentendo sfacciatamente.

‟Hai ragione,” mormorò l'altro, umiliato. ‟Non importa, vengo con te, comprerò il biglietto, cercherò di avere un posto vicino al tuo.”

Ma non lo ebbe, dovette contentarsi di un posto di platea, mentre Riccardo aveva una poltrona: si diedero appuntamento per dopo. Brandi accompagnava sempre Riccardo a casa. Confitto nella sua poltrona, Riccardo ascoltava attentamente la produzione; e mentre alle sue spalle e dietro a lui molti applaudivano, egli non dava segno di approvazione o d'altro. Un momento che si volse, vide il Brandi che applaudiva forte; Riccardo fece una levata di spalle.

La commedia era volgare, a grandi tirate rettoriche, tutta gonfia di parole sonore e di sentimenti lirici: ma la digestione rendeva sentimentali i borghesi della platea e il popolo del lubbione: i palchi, quieti, si astenevano. Vi era di tutto, nella commedia: la tesi del divorzio, l'emancipazione della donna, la tirata contro i seduttori, la tirata contro i preti, quella contro i potenti — e vi era il solito deputato frivolo e imbroglione, il solito giornalista imbecille e velenoso, una ragazza pura, un giovanotto virtuoso e tentato, una donna non virtuosa e tentatrice, infine l'antica miscela, la combinazione triviale dei vecchi elementi, un tritume, una rifrittura graveolente. In fondo, vi furono ancora degli applausi: ma gli spettatori delle poltrone e dei palchi si astennero. Sotto l'atrio Riccardo accese il suo sigaro a quello di Brandi e si avviarono insieme. Brandi era ancora tutto commosso:

‟L'autore di questa commedia è un uomo di grande ingegno,” esclamò l'impiegato postale.