— Queste femmine crudeli non sanno nulla della vita: la marchesa non avrà capito niente. —
La Sala Dante era piena di gente. Beniamino Cesi era un artista molto amato nella società romana: in tutta la lunghezza della sala vi erano cinque file profonde di signore, nell'aria tepida primaverile alitava quel delicato soffio femminile, odore di stoffe, odore di capigliature, odore di pelle macerata nei profumi. Con le nari dilatate e frementi, Riccardo Joanna respirò quell'alito, un'espressione di benessere gli si dipinse sul volto. Tenendo il cappello in mano, lasciando vedere la ricciuta testa dalla bianchissima fronte, cercando vagamente con gli occhi una persona ancora introvabile, Riccardo Joanna si avanzava, senza far rumore, strisciando fra le sedie, con la cautela del gentiluomo che non vuol disturbare, con l'aria della persona illustre ma modesta che non vuole attirare l'attenzione. Qualche testa femminile si volse a guardare due volte il bel giovane dal viso pensoso e languente, qualche voce sussurrò: Joanna. Piccolo mormorio dilettoso che si levava sempre sul passaggio di Riccardo, e che il suo orecchio fino coglieva a volo, suffragio carezzevole dell'ammirazione, che gli produceva sempre un trasalimento di vanità. Sul lato sinistro della sala, accanto a due signore, vi era una sedia vuota, vi sedette, senza far rumore, cercando con gli occhi Caterina. Era poco lontana da lui, la bruna creatura mistica, dai grandi occhi neri e torbidi — un nero opaco di carbone, — ed il viso pallidissimo, di anima inferma, non ebbe neppure un brivido, scorgendo Riccardo Joanna solo. Come aveva guardato nella bottega del pasticciere la contessa Beatrice di Santaninfa, Riccardo guardava intensamente donna Caterina, mettendo tutta la potenza de' suoi nervi in quello sguardo. Naturalmente solo la donna aveva il potere di fissare e di concentrare l'anima vagabonda di Riccardo, solo la donna ne attraeva tutti i sogni in un sogno solo, solo la donna gli dava l'obblio di ogni cura. E della donna lo attraeva tutto: bellezza aperta, sfacciatamente luminosa, assorbente come il sole, o timida purità di bellezza immersa nella penombra, fantasia mondana che di frivolezze vive e di frivolezze non sa morire — o immaginazione sentimentale che cerca l'amore e non vuol subirlo, avendolo trovato — o cuore profondo e sconosciuto che si ammanta di leggerezza, ma palpita di passione — o grande mistero indecifrabile di cuore, di sensi, di fantasia, come spesso la donna è. — Le labbra della bionda contessa impolverate di zucchero chiamavano i baci dell'amatore pazzo e irriverente; gli occhi cocenti di donna Tecla Spada davano all'amatore crudele il desiderio di vederli dolcificati dalle lagrime dell'amore; ma egualmente strano doveva essere il segreto delle labbra violette e dei neri occhi di carbone di donna Caterina Spinola. Baciavano quelle labbra smorte che non sapevano ridere? Che erano, nell'amore, quegli occhi spenti? Riccardo guardava donna Caterina, profondamente interessato, amandola con tutto l'impeto dei suoi nervi, come aveva amato la contessa di Santaninfa e donna Tecla Spada: e desiderando di essere amato da lei, non volendo altro, non desiderando altro, come aveva desiderato l'amore di donna Beatrice e di donna Tecla, parendogli che oltre quell'amore niente altro vi fosse.
Nel grande, religioso silenzio degli ascoltatori, Cesi sonava: e sonava con quel concentramento, con quell'assorbimento delle sue ore di musica solitaria. Giammai si voltava al pubblico, sonando, e distrattamente, come se nulla vedessero, i suoi occhi seguivano il volo delle sue mani sulla tastiera bianca e nera. Un pensiero di Beethoven, pensiero grave, quasi solenne, si allargava nella nota di una musica eminentemente semplice: e il pensiero parlava di cose alte e pure, di nobili cose che nascono dal cuore e al cuore arrivano. Donna Caterina Spinola, sotto la falda nera del gran cappello piumato alla Rubens, stava a sentire con la faccia immobile, senza batter palpebra. Non si voltava mai a guardare Riccardo Joanna, solo un lievissimo rossore le si distendeva di mano in mano sotto gli occhi, a striature. Non si scosse neppure quando Cesi fu applaudito alla fine del pezzo. Riccardo, scontento di quella indifferenza, di quella freddezza, cominciava ad irritarsi, un senso di collera si mescolava al suo desiderio. Non era dunque lei che gli aveva mandato il giornale, segnato col lapis rosso? Non era quella una dichiarazione chiara ed aperta, nel medesimo tempo un appuntamento dato senza essere stato richiesto? Ed ella non si smoveva, inflessibile, in quella morte apparente del suo viso; tanto che, profittando del movimento fra un pezzo e l'altro, egli si tolse donde era seduto, e scivolando fra la gente, andò a sedere alle spalle di donna Caterina.
‟Ebbene?” le disse, duramente, con la prepotenza dell'uomo imperioso.
‟Che cosa?” domandò lei, senza voltarsi, senza turbarsi.
‟Niente,” fece lui, chinando il capo, umiliato, sentendosi salire un flutto di lagrime agli occhi, un nodo di singhiozzi alla gola.
E un lamentío, un singhiozzo era nell'aria divina di Pergolese: Tre giorni son che Nina, che Cesi sonava al pianoforte. Nina era ammalata, Nina si moriva d'amore, e la musica piangeva sulla giovinetta morente con una insistente mestizia, con un abbandono di note musicali che si trascinavano, tristi, monotone, profonde, appassionate di dolore. Donna Caterina Spinola, che le amiche chiamavano Santa Cecilia, piegava un po' il capo, come se poca forza ornai lo reggesse, come se avesse bisogno di un petto su cui appoggiarsi e piangere.
‟Caterina,” mormorò la voce tramutata del fanciullo infelice.
E fu così forte l'appello, giunse così direttamente alle fibre profonde di quel cuore di donna, fu così potente l'evocazione, come quella di Cristo innanzi alla tomba di Lazzaro, che senza voltarsi, ella disse:
‟A San Pietro, dopo il concerto.”