Ma ancora gli balenava dinnanzi la luce di quegli occhi incantatori, luce tutta temperata di dolcezza che infondeva una letizia a colui che la contemplava; e non esitò più, si buttò in carrozza, ordinando al cocchiere di condurlo in Via Condotti, accordando a sè stesso un'altra dilazione, tutto preso di donna Clelia. Anzi, di nuovo trasportato nelle esaltazioni della fantasia, scese precipitosamente davanti al grande magazzino della Beretta: ma la contessa non v'era ancora, egli restò interdetto. Erano le cinque e mezzo, il gas era già acceso in quel negozio che sembra un piccolo appartamento esotico, tutto caldo e chiuso, in una temperatura orientale.

‟Vuole qualche cosa?” domandò, dolcissimamente, la piccola signorina Beretta, dal pallore di avorio giapponese, dai lunghi pensosi occhi giapponesi.

‟Mi faccia vedere.... delle scatole da thè.”

Mentre lui sogguardava la porta, sperando di veder entrare la contessa, la signorina dalle lunghe mani candide, dalla vocina discreta, veniva disponendo, innanzi a lui, le scatole di lacca bruna su cui si rileva qualche bizzarro fiore d'oro, le scatole di legno leggerissimo dove s'incrosta qualche piccolo animale metallico, madreperlato, una lumachetta, una mosca, un ragno; le scatole di metallo traforato, dove la pesante materia è vinta dal magistero di un lavoro che la fa rassomigliare a una trina.

‟Bambou con applicazioni di metallo; cloisonné, metallo dalla patina di porcellana; avorio scolpito,” mormorava la signorina vestita di nero, portando le scatole brune, azzurre, gialle.

La sottile seduzione di quegli oggetti singolari cominciava ad invadere il cervello di Joanna, prestandosi alle morbose raffinatezze sensuali dei suoi gusti. Quella bizzarria poetica di forme, quella morbida attrazione misteriosa che sta nelle cose dell'estremo Oriente, quella visione di colori e di linee piene di un senso strano andavano sino al cuore ammalato di poesia del giovane giornalista. Nulla egli poteva comperare, ma qualunque oggetto gli presentasse la signorina, egli non sembrava mai contento: quando ella gli proponeva di prendere qualche altro genere, egli annuiva col capo, un po' stupefatto da quell'ambiente. Ella alzava le mani verso una scansia alta, si chinava ad aprire una cassetta, piccolina, taciturna, come una brava fata silenziosa e sorridente.

‟Buona sera, Joanna,” disse una molle voce.

Donna Clelia Savelli era entrata senza che egli la vedesse, tutta ridente negli occhi e nelle labbra. Ella emise un sospiro di soddisfazione, si guardò attorno, si sedette, s'installò, sbottonò il mantello di velluto, e tutt'assorta nella contemplazione di una bella, elegante, slanciata gru di bronzo, chiese alla signorina:

‟Mi fate vedere qualche arme?”

La signorina si dette di nuovo a ronzare per quel salotto esotico, senza far più romore di una mosca, e portò a donna Clelia tre o quattro sciabolotti ricurvi, dalla lama d'acciaio, dal manico altissimo, dalla guaina di legno. La signora, tutta serena, con una bell'armonia di movimenti, con la sua tranquillità di persona felice, considerava lungamente le impugnature di avorio, le lame filettate e passava l'arme, in silenzio, a Joanna, e passandogliela, non parlava, solo il suo benefico sorriso le fioriva sulle labbra. Riccardo ritto accanto a lei, seguendo il moto ondeggiante di quel cappellino nero scintillante di perle che si curvava sulle armi o si arrovesciava indietro per contemplare la poesia colorita di un paravento, deliziandosi nella soave linea di quel corpo femminile così placidamente bello nel riposo, così vivo nel movimento, Riccardo prendeva la sciabola e l'osservava collo sguardo acuto e pregno di ammirazione dell'artista — ogni tanto lui e donna Clelia Savelli si guardavano, come per dirsi che nulla valeva ancora la pena della loro scelta. Alla fine un pugnaletto muliebre, dal manico di avorio scolpito, piccolo, sottile, fermò il gusto di donna Clelia, e lo guardava tutta lusingata, ne provava la punta acuta sul dito.