‟Sono venute le stoffe?” chiese, con la strascicante e morbida voce.
E a Joanna:
‟Che ha comperato?”
‟Nulla, guardavo le scatole da thè.”
‟Chi glielo fa, il thè, a casa?”
‟Nessuno; sono solo.”
‟E l'ha trovata la scatola?”
‟Io non trovo mai quel che cerco, contessa.”
Insieme si misero a guardare di nuovo le scatole, un po' curvi ambedue, dando in qualche esclamazione di meraviglia. Il calore del salotto chiuso, tutto foderato di tende e di tappeti, tutto pieno di mobili, faceva salire una fiamma rosea sulle guance di donna Clelia: curvandosi accanto a lei, Riccardo sentiva come un profumo voluttuoso e caldo, che forse veniva da lei, forse si combinava con quello dei legni odorosi e teneri dei mobili. Intanto la signorina tornava con le braccia cariche di un mucchio di stoffe e le depose su una sedia, cominciando a spiegarne una innanzi agli occhi di donna Clelia e di Riccardo. Era una lieve garza colore di latte, color di cielo biancastro, appena appena ricamata di roseo, di verdino, d'oro.
‟È un vestito di estate, da signora giapponese,” mormorava la signorina, piegando delicatamente la garza.