‟Perchè non si veste così, contessa? Io le farei una poesia in giapponese.”
‟Vorrebbe chiamarsi Tien-Tsin?”
‟Perchè no?”
La seconda era una stoffa nera, di un nero profondo e tetro, ricamato di rosso e di giallo, a grandi fiori clamorosi. Poi la signorina ne spiegò un'altra, di un grigio ferro, tutta cosparsa di fiori rosei e di cicogne bianche.
‟È un sogno,” mormorò donna Clelia.
‟Sì, un sogno,” ripetè Riccardo.
La esposizione continuava; sotto le mani bianche della signorina, le stoffe aperte e ripiegate sfrusciavano come vestiti serici femminili, che si affrettino al convegno amoroso; e le tinte che i paesi di Levante amano, le tinte che i grossolani europei non hanno ancora nella loro tavolozza, lusingavano teneramente e ardentemente gli occhi dei due spettatori: il bianco d'argento simile al ventre lucido di certi pesci, il viola che sfuma nel roseo, la vampa fra rossa e gialla, il verde intenso dove l'azzurro si è liquefatto, e infine il roseo giapponese, il roseo del salmone, il roseo che pare carne o che pare corallo, il roseo così vivo e così languente che pare tutta la vibrazione d'un amore — e dappertutto sulle tinte smorte come su quelle accese, sugli azzurri di cielo, sui biancori di latte, sulle tetraggini rosse, la grande nota calda, la grande nota ricca, la nota del lusso e del piacere, — l'oro — il fantastico fiore di oro, di una flora impossibile, il bizzarro animale d'oro, dragone o liocorno d'una impossibile fauna. Donna Clelia, creatura esteriore, ma fine, sorrideva di piacere innanzi a quella galleria, sempre variabile, innanzi a quei quadri apparenti e sparenti, e tendeva un po' le mani, curiosa, eccitata, desiderosa di portarsi via tutta quella ricchezza artistica, per adornarne i suoi salotti. Ma Riccardo, dai nervi squisiti, dalla vita tutta falsa o falsificata, dai sensi vibranti, godeva profondamente, aspirando il godimento da tutti i pori. La temperatura calda del salotto lo circondava come di una tepida carezza soffiante sul volto e sulle mani, e la luce chiara si arrestava, dolce sui legni, sugli avori, sui bronzi, scintillante sulle porcellane, sulla madreperla; un alito profumato vibrava nell'aria, profumo di donna, profumo orientale; niun rumore; accanto a lui, donna Clelia, bella, sorridente, lievemente esaltata, lievemente accesa dal riflesso de' colori; e innanzi a lui la piccola fata muta e miracolosa, che dispiegava tutti i tesori dell'estremo Oriente. Un pallore più intenso si allargava nel bel volto del sognatore: e al sognatore sembrava di essere un possente signore, dei paesi del sole, un possente signore carico di ricchezze, nonchè di amore, che tenendosi accanto la bellissima sua donna, in una stanza del gineceo, tutta odorosa di legni, tutta odorosa di acque fragranti, lasciasse errare i suoi occhi stanchi e soddisfatti sopra le stoffe meravigliose, che le schiave ricamano per deliziare l'occhio del loro signore. La visione penetrava in lui per tutti i sensi lusingati e si facea una realtà.
‟Addio, Joanna,” disse la molle voce, e una mano strinse la sua dolcemente.
Era solo, sul marciapiede, nella via bruna, dove il freddo della prima ora notturna lo faceva rabbrividire, la carrozza della contessa fuggiva verso la Trinità dei Monti, dietro di lui la porta a cristalli della Beretta s'era chiusa. Finito il sogno esotico, caldo ed odoroso, un fiato umido e acre lo feriva, nell'ombra, nella solitudine.
‟Dove comanda?” domandò il cocchiere suo, paziente.