A Riccardo parve più oscura la notte, più triviale la luce dei fanali, più umido il marciapiede; gli parve di essere così solo, così infelice, così infinitamente infelice, di fronte a quell'uomo che gli chiedeva dove andava, che uno smarrimento lo inchiodò sul marciapiede. Dove andava? Non sapeva che dirgli, si guardava intorno, come trasognato.
‟Dove comanda?” chiese di nuovo il cocchiere.
Gli doveva dare dieci lire, forse, a quest'uomo che si era trascinato dietro, da tante ore, chissà da quante ore, consumando in sua compagnia il tempo, il tempo che è denaro.
‟Va' a Piazza Colonna,” gli disse.
Percorse quel breve tratto, torvo, concentrato nella sua volontà di far quattrini, per pagare quel cocchiere: era deciso a prendere d'assalto Gargiulo; d'altronde, in ufficio, avrebbe scritto un articolo sul Giappone, il suo vasto sogno esotico.
‟Quanto devi avere?” chiese al cocchiere.
‟Sei ore: dodici e cinquanta.”
‟Bene, ora te le mando giù.”
E corse per la scala, col capo chino, come un soldato che marcia all'assalto di una fortezza; diede un urtone al direttore che scendeva.
‟Sei un bel tipo, Joanna,” disse costui, riabbottonandosi i polsini, finendo la sua acconciatura, mentre scendeva; ‟non mi fai l'articolo sulla Pignatelli, non lo fai sul concerto Cesi, non lo fai su San Pietro, perchè prometti?”