Il popolo! Chi può parlare di quest'Ercole incatenato, cieco come il Polifemo della favola, mite come l'agnello, sanguinario come la tigre; ora umile e sottomesso, ora superbo e ribelle? Oggi, timido, si lascia quasi calpestare; domani, insorge e non si arrende neppure dinanzi alla bocca di mille cannoni.
Il popolo! Guai a chi non ascolta per tempo i suoi lamenti! Quei lamenti potranno in un istante mutarsi in un ruggito feroce; ed allora egli non prega più: comanda. Di rado si sveglia questo leone dal suo letargo, ma quando si scuote e manda il primo ruggito, gli basta un'ora per allagare di sangue una città, per abbattere corone e scettri, confini ed imperi.
Per convincersi della sua onnipotenza bisogna vederlo in azione, il popolo. Io ne ebbi un'idea il 17 ottobre 1888. Sulla grande piazza di S. Ferdinando, in Napoli, duecentomila cittadini acclamavano i Reali d'Italia e l'Imperatore di Germania. Vecchi, adulti, giovani, fanciulli, donne applaudivano freneticamente e sembrava che un fluido magnetico li agitasse tutti.
Quegli evviva, confondendosi nell'aria, mi arrivavano all'orecchio come un frastuono, come l'eco di mille voci lontane. Io non sentivo gli applausi, vedevo la potenza del popolo. Non so quali pensieri si agitassero nella mente di Umberto e di Guglielmo; ma credo che quella folla compatta, convulsa, li abbia un po' sconvolti; credo che i due Coronati, sotto quel sorriso compiacente e dignitoso, nascondessero un timore, quel timore che si prova dinanzi al leone, sia pure addomesticato.
Il re si crede forte nella sua reggia, ma quando si trova a tu per tu con il popolo, allora sente una voce segreta che gli dice: “Attenti! attenti! Questa folla sterminata è il popolo. A che varrebbero i tuoi soldati, i tuoi cannoni, le tue carceri se ti venisse meno il suo affetto?„
Felici i re che ascoltano questa voce e si ricordano che il popolo esiste!
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La storia seduce.
Pigliando la rincorsa dall'età eroica, che vi alletta con i suoi dei, semidei, eroi, ciclopi; dando uno sguardo di ammirazione a Sparta e ad Atene, ci fermiamo a Roma, a Roma nostra, che incatena al suo cocchio trionfale intere regioni. Per noi Italiani, che orgogliosamente possiamo chiamarci figli dei Bruti, dei Fabrizi, dei Fabi, dei Cesari, la storia di Roma ha un incanto, un fascino immenso.
Ma Roma cade e gli Unni, i Vandali, i Goti, i Visigoti, gli Ostrogoti, i Longobardi si gettano come corvi famelici sopra di essa, e con la spada insanguinata segnano una nuova epoca: il Medio-evo, tempo di transazione, che non ha una vera storia, ma che prepara la storia; epoca enigmatica e oscura, che ricorda la biblica torre di Babele.