L'Italia è il grande giardino dell'Europa, sia ancora il giardino dell'arte sana, ossigenata, vivificatrice. È bello il nostro cielo, è ridente la nostra primavera, sia bella e ridente l'arte nostra!
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Lo dico con rincrescimento: il romanzo decade. Dopo un periodo glorioso di vittorie, pare che sia giunto anche per lui il fatale Waterloo.
Ogni anno se ne pubblicano migliaia e migliaia. Dalla Francia, dalla Germania, dall'Inghilterra, dalla Norvegia e sorella, dalle Americhe, ne arrivano a balle; le vetrine dei librai ne sono piene zeppe; giornali e riviste si affrettano a darne recensioni più o meno compiacenti, ma questi romanzi vivono poco, molto poco. Appaiono nel cielo letterario come luminose meteore, come stelle filanti, e poi addio per sempre. Sono fiorellini. Hanno una primavera più o meno ridente, ma segue sempre l'estate che li dissecca e l'inverno che li fa marcire.
E perchè? Prima di tutto, nella maggior parte dei romanzi moderni manca l'arte. Ci sarà qualche pagina bellissima, qualche carattere ben delineato, qualche descrizione ben colorita, ma il resto è tesi. Il romanziere s'impressiona della tesi, considera il romanzo come un'arma e trascura l'arte. Che ci sia la tesi, ma che ci sia anche l'arte! Noi non domandiamo se chi scrive è un socialista, un liberale, un cattolico, un rivoluzionario; vogliamo che sia innanzi tutto un artista. Gli artisti sono pochi, i romanzieri molti: ecco perchè il romanzo decade. Colpa sua! Si è lasciato un po' vincere dal cuore, ha voluto far buon viso a tutti, accogliere tutti, e questi signori tutti gli preparano la tomba.
E i pochi artisti, quelli che dovrebbero sollevare il romanzo e infondergli una nuova vitalità, seguono la moda. Pagani adoratori della forma, non ricreano lo spirito, lo tormentano. Analisi, analisi, analisi, sempre analisi! Bandito il contenuto storico, il romanzo è diventato un documento, un freddo documento. C'è l'arte, ma quest'arte nulla dice al cuore, nulla all'intelligenza: è un'arte che non solleva, è un'arte che ci tira maledettamente alla terra. I personaggi di questi romanzi sono fuori della natura e fuori della storia; noi non li abbiamo mai visti, non li vedremo mai nella vita.
Il romanzo dunque se ne va; se ne va, perchè il positivismo lo scaccia, dopo averlo maturato; se ne va, perchè oggi prevale il pensiero filosofico sul pensiero realistico, l'attitudine speculativa sull'inventiva; se ne va, perchè noi moderni non vogliamo più opere di immaginazione e di sentimenti. Il problema sociale, i nuovi portati della scienza ci hanno reso troppo seri e troppo pratici. Oggi è lotta su tutta la linea: lotta di idee, di principî, di sistemi, che paralizzano la vita artistica e letteraria.
Finanche il grosso pubblico, che ieri leggeva con tanta avidità romanzi, oggi non vuol perdere il suo tempo con effimere commozioni. Preoccupato per la ricerca di una più nobile e giusta forma di convivenza civile, lotta per i suoi ideali politici ed economici. Non vuole diletto, svago, ricreazione; vuole miglioramento.
Invano il romanzo lo tenta con le sue analisi psicologiche, con la tesi, con il documento; invano gli susurra all'orecchio: “Io sono con te, io propugno i tuoi interessi!„ Il pubblico vuol far da sè: ha la camera del lavoro e lo sciopero!
Potreste dirmi: “Ma che cosa legge questo pubblico nelle poche ore di riposo? che cosa legge il dopo pranzo, che cosa legge nelle lunghe ore d'inverno?„