Questo libro dovrebbe essere dettato senza quell'aria di superiorità che siamo soliti prendere noialtri uomini, quando parliamo delle donne; ma giacchè non posso scrivere il libro, non ho diritto di dare consigli a chi forse un giorno lo scriverà e a modo. Anzi metto da parte le donne scienziate. Non ho letto i loro libri, non li ho neppure visti. Dovrei ricorrere alle grandi biblioteche e starmene un paio di mesi a divorare diversi volumi, che, quantunque dettati da amabili signorine e da rispettabili dame, potrebbero farmi un gran male. Di scienze son quasi digiuno e credete che bastino due e quattro mesi per assaporarne un pochino? Ingoiando così alla diavola tutta quella roba, correrei il rischio di una indigestione a onore e gloria del sesso gentile. Dunque lasciamo stare. Delle donne scienziate ne parlino con competenza gli scienziati. Ognuno faccia il suo mestiere. La coscienza mi va ripetendo di aver già detti molti spropositi in questo libro e non voglio di proposito aggiungerne altri. Solo Pilato poteva permettersi di dire quod scripsi scripsi. Noialtri dobbiamo pensarci bene; in caso contrario ci tocca rimangiare ciò che abbiamo scritto.
Dunque saluto rispettosamente queste donne scienziate, e parlo di quelle non meno rispettabili, che si dettero a coltivare le lettere.
La storia letteraria ci dà un elenco sterminato di poetesse, che in tutti i secoli hanno cantato più o meno melodiosamente. Sempre così! La scienza è la sancta sanctorum, dove pochi sono ammessi, è la ricca, ma severa matrona, che prima di concedere le sue grazie impone un lungo noviziato. Ma la letteratura — che democratica! — accoglie tutti. Potrebbe meritare, se non fosse profanazione, quella coppia di versi che Dante scriveva per la misericordia di Dio:
. . . . . ha sì gran braccia
Che prende ciò che si rivolve a lei.
Un povero diavolo, che vuol ottenere il nome di scienziato, deve logorarsi per una ventina d'anni nei gabinetti fisici, nei gabinetti di anatomia, negli orti botanici, negli osservatori meteorologici. Ma la letteratura, sia sempre benedetta, non impone tutti questi sacrifici. Basta che sappiate leggere un po' da cristiani e mettere insieme un periodo che non zoppichi; avanti! la letteratura vi apre le braccia: potete scrivere, pubblicare sonetti e canzoni. Nessuno avrà che dirvi, nessuno potrà domandarvi “come sei entrato?„
Quindi non fa maraviglia se le scienziate sono poche e le... poetesse, una legione. Le donne più degli uomini sono nate col bernoccolo della cicala. O allora perchè la cicala è di genere femminile?
Ma lasciamo stare lo scherzo. Volevo dire che in ogni secolo ci sono state delle poetesse, le quali hanno meritato congratulazioni e applausi dai letterati del tempo. Per lo più le principesse, le baronesse, le dame di corte, le mogli e le figlie di artisti, passavano la vita in mezzo ai poeti. Ogni sera sentivano declamar poesie; senti oggi, senti domani, finivano coll'imparare il mestiere, e prima timidamente, poi con disinvoltura, dettavano poesiette, per lo più amorose, tanto per far sapere che un po' di gusto l'avevano anch'esse. E i signori poeti, un po' per cortesia cavalleresca, un po' per rispetto alle padroncine, un po'... voi m'intendete, si davano subito a battere le mani, a chiamarle Saffo novelle!
Ma oggi chi ricorda più quelle poetesse, encomiate dall'Ariosto, dal Tasso (padre e figlio), dal Bembo, dal Poliziano, dal Varchi, dal Caro, dal Firenzuola, dal Berni e compagni? Una certa Giulia Rigolini ebbe vaghezza di comporre una dozzina di novelle sul metro del Decamerone, e i sopracciò della letteratura sentenziarono che tali composizioni insigni argumento, artificio mirabili, eventu vario, esitu inaspectato, stavano alla pari col modello, anzi erano un tantino clariores!
Tarquinia Molza, figlia del poeta Francesco, fu sollevata tanto in alto che forse perciò noi oggi non la vediamo più, neppure con forti telescopî. Venne chiamata la più dotta fra tutte le più illustri matrone che sono, che fûro e che saranno in avvenire. E questa corona di superlativi non le fu intrecciata da un poeta, il quale si lascia facilmente prendere la mano, ma da un filosofo, da Francesco Patrizi, che doveva essere poco tirato all'entusiasmo. Il Tasso fece di più, volle eternarla nei suoi dialoghi. Ma questa volta sia il filosofo, sia il poeta non riuscirono che ad imbalsamare un cadavere. La Molza è morta e seppellita.