Ma è davvero curioso il pedante! Egli divide le parole in categorie: parole rozze e gentili, aspre e dolci, nobili e plebee, in uso, fuori uso, in disuso: tollerate, decadute, morte; e di ogni parola vi fa la storia, vi racconta le scappate, le avventure, i torti, i soprusi. Aggiungi poi le simpatie e antipatie. Questa parola è italiana italianissima ma è antipatica. “Non adoperate mai la parola truppa — sentenziava il Puoti — essa mi ricorda trippa!
Il Salvini ad un modesto letterato, che aveva sottoposto al giudizio di lui certe novelle, diceva: “Non c'è male, ma noto una scarsezza di si; spargetene a larga mano. Il si è un aroma„, e si lambiva il labbro superiore come se avesse gustato davvero una ciambella.
Il Napione non predicava che guerra ai francesismi; ed era divenuto così furibondo contro la nostra Consorella da preferire in Piacenza l'antico ponte di legno al bellissimo ponte di pietra, solo perchè quest'ultimo fu fatto costruire dal Bonaparte francese.
Paolo Brozzolo padovano traduce una, due, tre, undici volte Omero e in ultimo si scanna, perchè non è contento del suo lavoro!
Del Padre Cesari non ne parliamo. Il poveretto compone, traduce, insegna, discute, prega, sogna nella lingua del trecento. Con una pazienza da cappuccino raccoglie tutte le frasi, i proverbi, gl'idiotismi che si leggono nel Decamerone, nello Specchio della penitenza, nelle Vite dei Ss. Padri, nei Fioretti di s. Francesco e dice: “Se volete scrivere bene, ecco il materiale!„ Il poveretto non sa prendere la penna in mano, senza ricorrere al trecento: là le perle e l'oro di lega. Traduce le Lettere familiari di Cicerone e le imbelletta di frasi auree. Cicerone, ad esempio, scrive ad Attico che vorrebbe volentieri maritare la sua Tullia; e il Cesari spiega: “cavami, se nulla se ne può fare, questo cocomero di casa„. Traduce le Commedie di Terenzio e le lardella di motti triviali e plebei. L'autore latino scrive: “Dii deaeque perdant„; lui spiega: “Ti venga il cacasangue„; un personaggio in fine di vita esclama: “Pereo„, il nostro pedante gli fa dire “Puoi andar per il prete„. Prete! Quale prete? se al tempo di Terenzio non c'erano ancora preti! “Silenzio! — ci grida il Cesari — io muoio„ è un modo di dire molto comune, “puoi andare per il prete,„ è una bella frase.
Era un brav'uomo il Padre Cesari. Di animo mite non avrebbe dato fastidio all'aria, nè serbava rancori con quelli che lo deridevano. Soleva dire, come il Divino Maestro, perdonate loro, perchè non sanno quello che si fanno. Ma quando si trattava di lingua, addio calma, addio pazienza: diveniva una belva ed era capace di gettare alle fiamme opere pregevolissime, in cui la forma non fosse stata secondo il suo gusto. Curioso nei precetti di retorica. Domandategli che cosa è l'eleganza. Vi risponde subito: “Per eleganza io intendo un'ispezialità, un certo spirito che ricevono le parole da certi congiungimenti, onde pigliano un certo lustro„. Vi siete persuasi? l'eleganza è composta di tre certi, che messi insieme producono.... l'incerto!
E il Puoti? La parola era per lui qualche cosa di luccicante come l'oro. Perdonava le sgrammaticature, gli errori di ortografia, ma era inesorabile con la lingua e con lo stile. La sua ricetta era questa: studiare gli scrittori del trecento, prima quelli di stile piano, poi quelli di stile forte, poi quelli di stile fiorito, in ultimo, come piatto dolce, Dante e Boccaccio.„ Il Marchese — dice il De Sanctis — faceva un minuto esame delle parole, parte benedicendo, parte scomunicando. Questa è parola poetica, questa è plebea, questa è volgare, questa è troppo usata. L'è un arcaismo! L'è un francesismo! Accompagnava queste sentenze con lazzi, esclamazioni e pugni sulla tavola. Spesso stava una mezz'ora ad acchiappare una parola o una frase che non voleva venire e tutti gli scolari a suggerirgli e lui a dar col pugno sulla tavola e a gridare: No!
Il povero Villari aveva scritto in un suo lavoro: “alcuni studiano la teologia o la medicina o la giurisprudenza„; il Puoti corregge: “sono di quelli che studiano la divinità, di quelli che danno opere alle mediche scienze, molti alla ragione civile e ai canoni„.
Ma oggi chi studia più le Grazie del Cesari e l'Avviamento al ben comporre del Puoti? Ieri erano consultati come oracoli e condannavano spietatamente, oggi destano un senso d'ilarità.
Poveri pedanti! Credevano che la lingua italiana fosse una lingua morta e perciò vestiti di toga volevano conservarne il sepolcro.