Signori miei, non fate il muso duro. Questa volta il Voltaire ha ragione. Egli non dice che Dante è un poeta da strapazzo, dice solo che in Francia si compra e non si legge. E volete offendervi per questo? E che? forse in Italia non si fa lo stesso?

Noi italiani siamo idolatri del sommo Poeta. Dinanzi alla sua tomba a Ravenna arde notte e giorno una lampada, a cui Trieste nostra manda ampolla e olio.

Due anni fa, si pensò di mettere una targa pel Carducci proprio presso la tomba di Dante. Ci fu un po' di subuglio. Nossignore; il Carducci è un poeta emerito, ma non deve stare a fianco al nostro Vate! La targa si pose, perchè così volle il Consiglio Comunale di Ravenna, ma a parecchi sembrò una profanazione. Dante deve restar solo. Non è mica un pianeta che ha bisogno di satelliti!

Tre anni fa, Catullo Mendes, alla fine di un banchetto, si permise sentenziare che Dante era francese. Il telegrafo ci portò subito la sacrilega asserzione. Dante francese! Chi l'ha detto? Chi è questo pazzo? Si parlava già di duelli, e se il Mendes avesse continuato a insolentire, cento nuovi Guglielmo Pepe erano pronti a sbudellarlo. Ladro screanzato! volerci rubare Dante! E non sa questo signor Catullo che l'Alighieri è per noi come la corona di bronzo di Napoleone? Iddio ce l'ha dato e guai a chi lo tocca!

Ma quanti degli italiani leggono la Divina Commedia?

Alcuni versi del Sacro Poema sono diventati proverbiali e si tramandano di generazione in generazione. Chi, incominciando un elogio funebre non esclama: farò come colui che piange e dice, mentre poi non sa fare nè l'uno, nè l'altro? Chi, trovandosi a corto di argomenti in suo favore, non bolla col nome di invidiosi i suoi avversarî, dichiarando chiusa la polemica col provvidenziale: non ti curar di lor, ma guarda e passa?

Insomma è sempre un verso di Dante, e nei casi solenni, una terzina, che chiude o apre il fuoco in tutte le discussioni scientifiche, politiche o religiose.

E nel campo letterario? Dio mio, i letterati ne abusano maledettamente! Per tutti i bisogni grandi e piccoli, Dante, sempre Dante! Non sanno muovere un passo, non sanno aprir bocca senza ricorrere al gran papà. E come certi oratori sacri, per mantenere in piedi una tesi cervellotica, cercano rafforzarla con qualche sentenza di S. Tommaso o di S. Agostino, così molti conferenzieri ricorrono a Dante, al padrino universale, per essere protetti e difesi.

Eppure, mentre la Divina Commedia è così saccheggiata, è poco letta. Noi abbiamo Cattedre di Dante, Società della Dante Alighieri, ma se togli pochi, proprio pochi, veramente studiosi, che sono chiamati per celia Dantofili, gli altri se ne disinteressano completamente.

La grande sala del Collegio Romano è adibita per le conferenze dantesche, che si tengono per lo più durante la quaresima. E' un sacro ritiro. I tempi mutano; i nostri padri, compunti e contriti, se ne andavano in chiesa, nella quaresima, a sentire l'oratore sacro, il quale cominciava col pulvis es e finiva col resurrexit. Oggi no, si va al Collegio Romano, dove un professore vi legge, vi commenta, vi tagliuzza, vi sviscera un canto del Poema. Il pubblico sempre numeroso. Spesso interviene il Re, la Regina Madre e Figlia, i Ministri, i Presidenti dei due Rami, il Corpo Diplomatico; e quando il conferenziere ha finito, gli applausi arrivano alle stelle: Bene, bene! bravo, bravo! Il Re si congratula, le Regine si congratulano, si congratulano tutti.