E li conservate voi questi libri? li leggete? li studiate?
L'arte! Ma che arte d'Egitto! Noi non vogliamo colori e immagini: ci basta la natura. Noi abbiamo bisogno di chi sostenga e difenda la verità, di chi sappia educare il nostro carattere. Lo scrittore è un giudice ed ha il dovere di dire ai cattivi: “Io accuso, io protesto!„ Se si lascia intimorire o allettare è un colpevole; e un nuovo Nazzareno dovrebbe cacciare a colpi di fune questo profanatore dal tempio dell'arte!
Si sa, pochi hanno la forza di affrontare pericoli per la propria e l'altrui indipendenza, pochi hanno il coraggio di presentarsi, come Mosè, dinanzi agli eterni Faraoni e perorare la causa del popolo. L'eroismo non si può pretendere da tutti, ma nessuno deve essere vile: la viltà è abiezione. Se non sapete volare, camminate: strisciare è dei rettili, e ai rettili non è dato coltivare l'arte, la quale deve serbarsi immune dalla bassa adulazione.
Plinio, per liberarsi dai malvagi capricci di Nerone, trattava quistioni grammaticali. “Mi piace vivere — diceva — e voglio sfuggire il serpe.„ Il Machiavelli, dovendo scrivere per incarico dei Medici le Istorie di Firenze, diceva al Guicciardini: “Consiglierommi meco medesimo e mi ingegnerò a far sì che pur dicendo la verità a niente possa ella rincrescere„.
Filosseno, per aver dato il suo franco parere sopra alcune sciocche poesie del tiranno Dionisio, fu messo in carcere. Liberato poi per le preghiere degli amici, fu di nuovo chiamato da Dionisio a giudicare altri versi. Filosseno ascolta, e mentre la ciurma degli adulatori applaude, egli senza pronunziar parola si avvia alla porta. Domandato dal tiranno dove andasse, “ritorno al carcere„ rispose.
Noi non sappiamo quali opere scrisse Filosseno, non sappiamo quale fu la sua vita, ma quest'atto nobilissimo lo solleva al di sopra di tanti poeti, che pur di avere titoli, decorazioni e ricchezze, vissero come schiavi. Gallonati, stipendiati, vendevano l'arte al miglior offerente.
Grandi artisti furono il Corneille e il Racine, ma quando noi li vediamo nella reggia di quel mostro imbellettato di Luigi XV, vorremmo gridare: “Vergogna! vergogna!„ Sono dolci i drammi del Metastasio, ma chi può perdonargli i salamelecchi a Teresa d'Austria? Ah! questo beato Metastasio è davvero il tipo dell'adulatore gaudente! Dal giorno in cui con gli Orti Esperidi dette il pomo di Paride all'Imperatrice Elisabetta comincia la sua vita di cortigiano. Vive 50 anni a Vienna, scrivendo drammi per nozze ed onomastici e non si ricorda mai di avere una patria. Per lui la patria è dove si sta bene, dove ci sono quattrini e belle donne. Carlo VI lo nomina barone dell'impero, Maria Teresa gli manda la decorazione di S. Stefano, ma lui come un vezzoso paggio gentilmente rifiuta. Non crediate che lo faccia per un sentimento di dignità: no, il latte e il miele gli è arrivato alla gola. “Non mi affogate; — par che dica — lasciatemi vivere nella mia corte!„
E così vivevano un po' tutti i nostri letterati.
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Ma noi siamo ingiusti! Prima di bollare col nome di adulatori quei poeti dovremmo ricordarci che nei secoli andati la carriera delle lettere non offriva vantaggi se non all'ombra di una corte.