Oggi la condizione del letterato è molto diversa. Bene o male c'è sempre da sbarcare il lunario. I romanzi si vendono, le novelle si vendono, i lavori critici, storici, si vendono. Insomma chi si dà alle lettere, ed ha davvero un po' d'ingegno, non muore di fame. In ultimo caso c'è l'insegnamento: una cattedra di liceo o di Università si afferra e lo stipendio viene da sè. Non vivono da signori i letterati, ma vivono!

Nel cinquecento, invece, o giù di lì, le cose andavano un po' male. La scuola non rendeva, pochi imparavano a leggere o a scrivere, e quei pochi la pretendevano gratis et amore; la luce non si paga o meglio non si pagava.

Vivere con le pubblicazioni? La stampa era ancora piccina e camminava con le grucce. E poi a chi vendere i libri? Il popolo non leggeva o leggeva senza spendere un soldo. Dunque? dunque i poveri letterati dovevano ricorrere ai principi e recitare ad essi il pater noster col relativo dacci oggi il nostro pane quotidiano. Il principe era il mecenate, il protettore, che dispensava grazie e quattrini. E bisognava aiutarsi con la lode: con la lode toccare il cuore del magnanimo signore, con la lode ben disporlo ai futuri benefici. Non lo dico io, lo dice il Tasso (padre), il quale non fu, o meglio non voleva essere, un cortigiano, ma dinanzi al dilemma — o incensare o morir di fame — prese anche lui un turibolo ed esercitò... l'arte.

Di buona o di mala voglia, un padrone bisognava tenerlo. Cantare come la cicala? Nossignore. Viene l'inverno e bisogna fare i conti con la formica. I poeti, edotti da questa favola, entravano per tempo in Corte, a formare la grande famiglia artistica. Il Cardinale Ippolito aveva a suo servizio circa 300 letterati; e avendogli un giorno Clemente VII fatto osservare che erano troppi, lui rispose: “Non li tengo a Corte, perchè io abbia bisogno di loro, ma perchè essi l'hanno di me„. Sua Eminenza aveva ragione. Per lui era un lusso, per i poeti una necessità.

Ma quel lusso ai principi costava un occhio! I letterati in genere e i poeti in ispecie sono incontentabili! Amano la bella vita; vogliono mangiar bene, vestir bene, divertirsi meglio; e tutto a spese del padrone, tutto, anche gli abiti, anche le scarpe! Il Poliziano scriveva al Magnifico: “Gli stolti ridono dei cenci ond'ho coperto il corpo e dei sandali bucati che ho in piedi. Mandatemi una delle vostre vesti migliori e un paio di scarpe.„ Il Guicciardini ha bisogno della dote per le sue figliuole e il Machiavelli lo consiglia a rivolgersi a Leone X, perchè “tutto consiste nel domandare audacemente e mostrare male contentezza non ottenendo„.

E guai se il principe faceva il sordo o si mostrava un po' spilorcio. Il Giovio aveva due penne: una di oro e un'altra di ferro e “ben sapete — egli diceva — che con questo santo privilegio ne ho vestiti alcuni di brutto cannevaccio!„ L'Aretino mal ricompensato rifiuta. “Vi rimando — scrive a Leone X — i dieci ducati pregandovi che vi degnate rendermi le lodi da me datevi. A quelli che vogliono la fama conviene essere larghi a senno.„

Così i Principi, i Cardinali, i Papi per non essere messi alla berlina sborsarono danaro, e i poeti alla vista dell'oro cambiavano metro.

L'Alemanni, cantando in lode di Carlo V, si sentì rimproverare da costui perchè in altro tempo ne aveva detto corna. “Maestà, — gli rispose con la più grande disinvoltura — l'ufficio della poesia è mentire.„

L'Alemanni si espresse male, egli voleva dire: Maestà, la poesia è una merce; si vende.

E si vendeva davvero. Andrea dell'Anguillara vendeva le sue ottave a mezzo scudo caduna. Curioso davvero questo poeta! Prima d'incominciare la traduzione dell'Eneide, manda ai Principi d'Italia una specie di lettera circolare per far sapere che il suo Enea troverà nell'Eliso tutti i magnanimi, e nell'inferno gli spilorci, e conchiude: “Spero che non mi bisogni mandar Lei e gli altri tutti a casa del diavolo e che Enea non abbia troppo da fare nell'inferno a parlar con tante anime dannate, quante io sono per mandarvene, se non fanno il debito loro„.