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Si potrebbe dire: ma dunque i nostri letterati vivevano bene! Accarezzati, acclamati, festeggiati passavano gli anni in continua agiatezza.

Eh! come inganna l'apparenza. Scorrete la vita di quei poveretti. Quante umiliazioni, quanti rimproveri, quanti disinganni! Bisognava stare sempre agli ordini, secondare il principe nei suoi pettegolezzi, seguirlo nelle insulse guerricciuole. Quei Mecenati oggi decretano pensioni e titoli, domani per un equivoco o capriccio vi mettono fuori; e il povero poeta doveva trovarsi un nuovo padrone e recitare un nuovo atto di fede. Chi dei poeti nostri visse felice o almeno tranquillo? L'Ariosto fa il governatore, il segretario, il messo d'ambasciata, il cavallaro, e un giorno, solo perchè non vuole recarsi in Ungheria, gli è negata la pensione; il Tasso, invidiato, calunniato, burlato, vi perde la ragione e vien rinchiuso in un manicomio; il Guarini è cacciato dalla Corte dei Savoia; il Marino è messo in carcere; il Tassoni passa da una Corte all'altra e dolorosamente esclama: “I principi hanno le mani lunghe, ma non larghe„ e si fa dipingere con un fico in mano per indicare ciò che ha riportato dalle Corti.

Fortunatamente quei tempi passarono e la nostra letteratura a poco a poco ruppe le vergognose catene ed acquistò la propria indipendenza. Al principio dell'ottocento non si lasciò nè allettare, nè intimorire.

Peccato che mentre la coscienza italiana si formava per l'opera di tanti valorosi scrittori, il Monti volle restare all'ombra del manto imperiale. Il Parini si negava finanche di tessere il panegirico a Maria Teresa. “Io non trovo veruna idea soddisfacente su cui tessere l'elogio dell'Imperatrice. Ella non fu che generosa: donare l'altrui non è virtù„. Il Foscolo, pur di non inneggiare agli oppressori se ne andava ramingo, scriveva su riviste inglesi, trattando argomenti pedestri di critica e di storia letteraria. “Mi sono esposto — diceva alla sorella — colla vergogna sul viso e col cuore afflittissimo a dare lezione in pubblico non in università, che sarebbe un onore, bensì in una specie di teatro: senza questo duro espediente non avrei di che vivere.„

Il Monti invece, che pure aveva gran cuore e forte ingegno, s'inchinava ora al Papa, ora a Napoleone, ora all'Austria. Realista con i re, imperiale con gl'imperatori, repubblicano con le repubbliche, fu il poeta dei vincitori.

I suoi contemporanei lo chiamano il Dante redivivo, ma la nuova Italia non l'ha riconosciuto come suo poeta nazionale!

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E basta col passato.

Oggi nell'anno di grazia 1911 non abbiamo più adulatori. Gli scrittori moderni non hanno nulla da temere o da sperare dai Coronati.