Le tenebre cercar, fuggir la luce,
Odiar la vita e desiar la morte.
Poi ricorre alla religione, pensa ai dolori della Vergine, medita sulla caducità della vita umana: ma che! sul più bello, il pensiero dello sposo ritorna: siamo daccapo, l'elegia incomincia:
Or vedi come
m'ha cangiato il dolor fiero ed atroce,
Che a fatica la voce,
Può dar di sè la conoscenza vera.
La seconda, la Stampa, molto più infelice, va dietro al Conte Collatino, il quale, dopo averla amata, non vuol saperne più e si tedia di quei piagnistei. La innamorata fanciulla non sa rassegnarsi a questo abbandono e come per richiamarlo all'ovile gl'indirizza una sequela sterminata di sonetti, di canzoni, di capitoli. Lo bamboleggia, lo carezza, lo chiama con i nomi più dolci, lo paragona al cielo, al sole, al Parnaso. O il Conte! il Conte! io voglio seguirlo dovunque.
Ponmi ove il mare irato geme e frange,
... ove il sol più arde e più sfavilla;