Lord Cecil aveva ragione. Quel libro, tradotto in tutte le lingue del mondo civile, destò un grande entusiasmo.

Anche da noi fu letto ed encomiato, ma i frutti furono scarsi, perchè la maggior parte degli esempî, riportati dallo Smiles, sono inglesi. Per convincere e impressionare di più occorrono esempî paesani. Quest'idea viene al Barbera; ne parla al Lessona: questi si mette all'opera e dopo un paio di mesi ecco Volere e Potere. Il Lessona non è lo Smiles; il suo libro risente molto della fretta; manca quella minuta, scrupolosa osservazione, manca quel nesso logico tra un fatto e l'altro; ma nell'assieme è un bel libro, che ci onora presso le altre nazioni.

L'esempio del Lessona fu seguito da altri, e in pochi anni fiorì tutta una letteratura sanamente educativa.

Ma la moda, maledetta moda, ci ha reso anche questo brutto servizio. Leggiamo noi oggi volumi dello Smiles, del Lessona, dell'Alfani, del Gotti? No. Eppure sono questi i libri che dovremmo sempre avere sul tavolo da studio. Noi italiani siamo un po' anemici ed abbiamo bisogno di una buona cura ricostituente. Il nostro cielo, il nostro clima ci avvezzano al dolce far niente, all'ozio beato. Siamo di sangue caldo, noi; in un momento vorremmo ingoiare il mondo, ma al primo ostacolo deponiamo le armi, imprecando contro la natura.

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Quando si parla di educazione, il pensiero va subito ai giovani. Ed è giusto. Oramai noi ci troviamo a due terzi del cammino e da un momento all'altro potremmo avere l'ordine di fermarci. La nostra parabola è quasi descritta; i conti sono per chiudersi e chi ha dato ha dato. Se si potesse rifare la strada, vorremmo metterlo a dovere il signor io!.

Ma i giovani? Abbiamo mai seriamente pensato che mentre noi ci troviamo negli ultimi giorni del nostro autunno o addirittura nell'inverno, altri si trovano al principio della primavera? Abbiamo mai pensato che questi bimbi, rosei e paffutelli, che oggi ci scherzano d'intorno, domani saranno uomini?

Non voglio fare della rettorica io, nè del sentimentalismo. Dico semplicemente che i nostri figliuoli dovranno imparare come noi, a proprie spese, un po' di esperienza della vita, impararla molto tardi e a caro prezzo. E perchè? perchè noi pensiamo ad istruirli, non ad educarli. Appena un bimbo sa mantenersi in piedi e balbettare — mammà! papà! — subito a scuola. Lo vuole la legge, lo vogliamo noi. Dopo quattro anni il bimbo è già maturo e bisogna che entri nel ginnasio. Noi da una parte, i maestri dall'altra, non si predica che istruzione.

È approvato agli esami di licenza. Benissimo. Avanti al liceo, avanti all'Università! Viene il gran giorno. Il vostro figliuolo è avvocato, è medico-chirurgo, è professore, è ingegnere. Ma che! quel povero giovane, imbottito di scienza, entra nella vita impreparato. Vi sa tradurre un pezzetto di Platone o di Omero, sa risolvere un'equazione di terzo o quarto grado, vi discute sui diversi strati della terra, ma non sa vivere. Colpa nostra che abbiamo pensato solo ad istruirlo. Esami! esami! esami! È questa la nostra unica preoccupazione. Il resto faccia da sè. Per le ragazze rigore immenso: non debbono uscir di casa, non debbono trattare certe amiche, non leggere certi libri; per i giovani libertà assoluta. Teatri, divertimenti, viaggi, tutto è lecito purchè si arrivi a carpire un titolo accademico! Domandate a vostro figlio se ha letto Chi si aiuta Dio l'aiuta, se ha mai visto i Pensieri del Gabelli. Neppure per ombra. Egli si delizia con i romanzi dello Zola, del D'Annunzio, ecc.

E così prepariamo una generazione di fiacchi, di illusi, di pessimisti.