A trenta anni i nostri giovani sono stanchi di vivere. Hanno ragione: chi ha detto loro che la vita è azione, la vita è lotta? Una ragazza li tradisce? stricnina; si falla ad un concorso? revolver. La vita si butta via come un cencio. È storia quotidiana questa: ogni giorno una dozzina di giovani se ne vanno a l'altro mondo, o meglio al cimitero. Essi non credono alla vita futura. Diavolo, se non credono alla vita presente.
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Molte sono le cause di una sì desolante epidemia, ma io credo che il colpo di grazia è dato dalla nostra letteratura.
In questi cinquant'anni di vita italiana che cosa ha fatto la letteratura in riguardo ai costumi?
I nostri scrittori, precedenti all'Indipendenza, non si preoccuparono che della patria. E sta bene. Bisogna essere liberi, mandar via lo straniero. Poeti, romanzieri, storici, filosofi, educatori, si consacrarono interamente alla patria.
Chi con audacia, chi con calma, chi con sottintesi, tutti si dettero a preparare il gran giorno. “Lasciatemi fare — diceva il Guerrazzi a chi lo rimproverava del troppo fiele messo nella Beatrice Cenci — quel fiele purifica!„ E noi lasciamo fare a lui e agli altri. Ma fatta la patria, mandato via lo straniero, restati noi donni e padroni del nostro, in virtù del grande istrumento, notaio Napoleone III, bisognava cambiar rotta. Lo disse il D'Azeglio: l'Italia è fatta, occorre far gl'Italiani.
Non è nostro compito giudicare l'opera degli scrittori viventi, ma, a parlar chiaro, questi signori hanno disfatto noi e si preparano a disfare i nostri figliuoli. E si va avanti così; nessuno protesta, nessuno dà l'allarme.
Se la mia voce non fosse così fioca direi agli scrittori italiani: “Per carità, lasciate il pessimismo, lasciate le analisi psichico-antropologiche, lasciate certi fattacci, certe situazioni raccapriccianti, dateci libri di sana educazione, libri che siano vero nutrimento per i nostri giovani, per questa nuova generazione, già così inferma e indolente!
I microbi nei libri.
Ma in quali libri?