Il Byron, ad esempio, oggi erra solitario come il suo Manfredi ed esclama: “Sono solo come il leone!„ domani lieto se ne sta a spandere grazie e complimenti nelle sale dei principi e dei conti. Oggi grida: “Tutti siamo infelici!„ anche Iddio!; domani è nelle braccia della contessa Guiccioli e canta l'amore.
Altri, come il Lamartine, mentiscono. Un arguto critico a tal proposito diceva: “Conviene procedere guardinghi, nè è prudente spargere lacrime su tutte le miserie e su tutti i dolori che siamo invitati a piangere. In più d'un caso si correrebbe il rischio di veder far capolino fra le quinte il sorriso canzonatorio del poeta stesso.„
Ed è così. Il Lamartine, questo spavaldo e fortunato poeta, proprio nei fugaci bagliori della sua gloria, acclamato da tutti, carezzato dalle donne, si atteggia a pessimista e viene a dirci che la vita è una valle di lacrime. Non gli credete! La vita potrà essere tale per gli altri, non per lui.
Il vero poeta del dolore, il vero pessimista per natura, non per circostanza, è il Leopardi. Convinto che la vita non gli avrebbe dato alcun conforto, rinunzia al mondo esterno e tormenta il proprio pensiero con una incessante e dolorosa meditazione. Isterico nell'anima, trova in altri il suo male e assorge, con la potenza del suo genio, a cantare l'infelicità di tutti. “A che vale il progresso, la ricchezza, l'amore, il coraggio? Tutto inganna, tutto è fallace: l'unico bene dell'uomo è la morte!„ La sua lirica non è personale, come quella del Byron, dell'Heine, del De Musset, ma universale: chi soffre, trova nel Leopardi il suo poeta. Egli canta, non perchè spera di averne un sollievo, non perchè desidera far conoscere agli altri il suo stato di animo, ma perchè il destino, quasi per renderlo più infelice, l'ha voluto poeta. Il canto per lui è un bisogno.
Attratto dall'arte, tenta l'epica e la satira, ma non vi riesce: il suo pensiero dominante non gli permette di cantare imprese eroiche o di sorridere argutamente. La lirica, solo la lirica è per lui, una lirica concisa, frutto di quel continuo martirio che egli dà al suo pensiero. Gli altri poeti imprecano clamorosamente, gridano come energumeni, bestemmiano da forsennati, perchè il loro stato morboso è momentaneo; il Leopardi invece non si scompone; freddo, impassibile, pare che faccia l'autopsia al proprio cuore. Ciò che gli altri poeti esprimono in dieci versi, egli racchiude, come in una morsa di ferro, in due parole: ma quelle due parole sono pasticche di arsenico. Scioglietele nell'acqua: avrete cento litri di veleno potente.
Ecco perchè il Leopardi non potrà mai avere degli imitatori. Per bene imitarlo, occorrerebbe non solo possedere il suo genio, ma trovarsi nelle sue terribili condizioni fisiche e morali.
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Tolti questi pessimisti maggiori, che sono come i capiscuola di una sì funesta tendenza dello spirito umano, viene fuori tutta una turba di poeti, di terzo o di quarto ordine, di cui nella vostra libreria c'è larga rappresentanza. Di cento volumetti di poesie, novantanove veggono tutto di color nero e tengono appiccicati alla porta d'ingresso qualche motto desolante dello Shopenhauer, dell'Hartmann, del Puskin, del Guerrazzi, del Tolstoi.
Oggi il pessimismo è di moda. Un tempo i poeti minori erano considerati come buontemponi, che stemperavano i loro pensieri in versi, o per aggraziarsi i potenti o per allietare la conversazione di belle donne. Spesso l'amore li sconcertava un pochino; e i poveri poeti o uscivano in istranezze come Orlando o piagnucolavano a guisa di bimbi stizzosetti. Ma si guardavano bene a maledir la vita!
Si andò così fino alla coda del settecento, in cui, essendo stata proclamata l'uguaglianza universale, anche i poeti minori alzarono la cresta e, lasciando i gingilli di una volta, invece di trastullarsi con i madrigali, con le ballate, con le canzonette, con gli strambotti, vollero assorgere a nobili ideali. Il poeta — esclamarono — non è un buontempone, ma un maestro, un apostolo, un profeta.