Ma non vi faccia gran maraviglia. I libri alle volte sono stati mangiati.

I Tartari, — ce lo dice il signor Augier de Gisten — quando avevano nelle mani qualche libro, lo mangiavano per acquistare la sapienza, prendendo troppo alla lettera quelle parole della Bibbia: “Figlio dell'uomo, mangia questo libro e va a parlare ai figliuoli di Israele. Aprii la bocca e mi fece mangiare il libro, che divenne dolce come il miele.„ Ma se ai Tartari riuscivano dolci come il miele, ad altri invece riuscirono amari ed indigesti.

La storia ci parla di tanti poveretti, che furono condannati a mangiare le proprie opere; e molti letterati sanno di che sapore è il libro stampato.

Il Brunet riporta moltissimi esempî, ma basta per tutti il caso di Isacco Volmar. Costui dettò alcune satire contro il duca di Sassonia, Bernardo il Grande. Fatto poi prigioniero alla presa di Brissac, il duca lo chiama a sè, e, mostrandogli un esemplare di quelle satire, gli dice:

“Hai detto che sono molto pepate; ebbene, voglio che le mangi dinanzi a me, se ami la vita!„

E il povero Volmar dovè, per parecchie ore, masticare e inghiottire quel frutto del suo ingegno, che, quantunque ben pepato, non gli riuscì saporito, nè molto salutare.

Ma ai posteri invece riusciranno saporiti e salutari.

Immagino la cura degli editori per rendere più appetitosa la merce!

Oggi si pensa alla carta americana, all'inchiostro di Monaco, allora si penserà a condire i libri con buoni aromi.

Che bellezza! il Cuore del De Amicis alla vainiglia, l'Asino del Guerrazzi al limone, gli Uccelli del Michelet alla crema, i Miserabili all'anice, i Pezzenti alla cioccolata, ecc., ecc.!