E quando il papiro d'Egitto venne a mancare per la dominazione degli Arabi, si raschiavano le scritture per sovrapporvi delle altre e la Repubblica di Cicerone, il codice di Teodosio dovè cedere il posto a qualche antifonario o trattato di confessione.

I poveri letterati mancavano di libri. Bisognava ricorrere alla Corte o al Santo Padre, perchè solo re e papi si potevano permettere il lusso di una discreta biblioteca. E noi sappiamo di molti scrittori che non potendo possedere un esemplare dell'Iliade o dell'Odissea si accontentavano di un compendio, di un estratto, come se si trattasse di un'opera filosofica o scientifica.

Il Petrarca dovè copiarsi di sua mano le opere di Cicerone e si lamentava sempre dei copisti.

"Chi recherà — egli esclamava — efficace rimedio alla loro ignoranza e viltà? Non parlo dell'ortografia già da lungo tempo smarrita. Costoro confondendo insieme originali e copie, dopo aver promesso una, scrivono cosa affatto diversa, sicchè tu stesso più non riconosci quanto avevi dettato.

Se Cicerone, Livio, Plinio Secondo risuscitassero, credi tu che intenderebbero i propri libri? Non v'ha freno, nè legge alcuna per tali copisti, senza esami, senza prova alcuna prescelti: pari libertà non si dà per i fabbri, per gli agricoltori, per i tesserandoli, per gli altri artigiani.„

Questo lamento non era solo del Petrarca, ma di tutti gli studiosi. Quei benedetti amanuensi si servivano spesso di abbreviature, di ghirìgori, di tratti verticali più o meno inclinati da rendere la scrittura bizarra e indecifrabile. Un salterio latino, trovato a Stramburgo dal Tritennio, si credeva scritto in lingua armena. Alle volte nello stesso manoscritto si trovavano brani di opere disparate, parole sconnesse; “c'era sempre da dubitare — dice il Petrarca — se era opera di scrittore o di barbaro.„ Qualche buon copista o calligrafo non mancava. Il Petrarca negli Scrittori Parmensi parla di sedici calligrafi valenti; nella Storia di Parma ne ricorda altri otto. Sappiamo pure di un certo Jacopo Fiorentino, frate camaldolese, il quale, con una pazienza tutta monastica, copiava con caratteri nitidi opere latine e greche. Fu molto stimato in vita e in morte: basti dire che la sua mano destra fu conservata in un tabernacolo come una reliquia di santo. Ma fatta eccezione di questo Jacopo e di altri pochi, i copisti erano una ciurma di speculatori e d'ignoranti che guastavano o sconvolgevano ogni cosa con grave danno delle lettere.

Evviva Giovanni Guttemberg che dette il bando alle tavolette incerate, ai papiri, alle pergamene, ai palinsesti! La stampa, la stampa!

I sonnacchiosi copisti strillarono contro questo nuovo ritrovato e chiamarono la stampa col nome di magìa.

Sì, quale scoperta è stata più magica della stampa? Neppure il Guttemberg poteva mai immaginare che i suoi modesti caratteri mobili, perfezionati attraverso i secoli, avrebbero apportata così straordinaria innovazione nel campo del sapere. Oggi i libri non sono più il patrimonio di pochi privilegiati, nè c'è bisogno di zecchini per avere l'Iliade o l'Eneide. Con una lira avete fino a casa la vostra brava Divina Commedia; l'Iliade tradotta, annotata, commentata, preceduta da cenni biografici sull'autore, una lira; Le storie di Erodoto, una lira; le Tragedie di Sofocle o di Euripide una lira. Abbiamo biblioteche classiche, biblioteche romantiche, biblioteche amene, biblioteche scientifiche ad una lira al pezzo. Ed ogni pezzo è costituito da un volume più o meno tarchiato, ma sempre pregevole.

Fino a pochi anni fa quel capo ameno del Perino vi mandava per cinquanta centesimi i Promessi Sposi, le Poesie del Giusti o del Leopardi, la Gerusalemme Liberata o l'Orlando Furioso. È vero; i caratteri sono un po' minuti, di tanto in tanto sfugge qualche errore di stampa; ma paragonate questi volumi con i manoscritti antichi e c'è da ringraziare la Provvidenza.