Lo so, altro è un libro che si ristampa, altro è un libro nuovo, ma da cinquanta centesimi a quattro lire ci corre.

Sentite a me: come si fa in teatro? C'è posto per tutti. Il principe, il conte, il barone, l'onorevole, l'alto magistrato si pavoneggia nel suo palco; l'agiato borghese si sprofonda nella poltrona; il povero operaio se ne sta là impalato sul loggione. Si tratta di maggiore o minore comodità, di sedere sul damasco o sulla nuda panca, ma la musica e il canto arriva all'orecchio di tutti con egual dolcezza.

Fate anche voi così. Di ogni opera due edizioni: una economica e un'altra di lusso. Date le illustrazioni, gli acquerelli, i tagli in oro, le legature rosee a chi le vuole; noi studiosi, noi modesti insegnanti, vogliamo sapere semplicemente che cosa avete scritto.

Alcuni l'hanno capito. Lo Zanichelli, ad esempio, raduna tutte le opere poetiche del Carducci: le Odi barbare, le nuove Odi barbare, le Terze Odi barbare, le Rime nuove, Iuvenilia, Levia Gravia, Giambi, Epodi, Intermezzi ecc. e dice: Andiamo, tutta questa roba per dieci lire! E questa roba, com'è da immaginarsi, è andata a ruba.

Imitate lo Zanichelli; sarete più popolari e... farete quattrini!

Il vocabolario.

Prima che lo diciate voi, lo dico io: il De Amicis ha parlato del vocabolario e ne ha parlato da par suo. Questo simpatico scrittore somiglia un po' a Victor Hugo: vuol far amare tutto ciò che egli ama. Seguendo le orme del Manzoni, che ebbe la pazienza di “spogliare e rispogliare il vocabolario„, volle anche lui mettersi all'opera e leggerlo da capo a piedi.

“Che bellezza! Che incanto! Il vocabolario diletta più di un romanzo.„ E per due pagine il De Amicis tesse il panegirico di questo librone, che nessuno, a quanto mi sappia, aveva pensato di mettere sugli altari con tanto entusiasmo.

Però dopo averlo letto e postillato a dovere esclama: Italiani, noi siamo poveri di lingua, noi siamo anemici. Ognuno di noi non conosce che poche centinaia di parole e di modi, e stiracchiando, ricorrendo a perifrasi, cerca di esprimere alla meglio ciò che vuole. Perchè questo sforzo? perchè questa miseria? La nostra lingua è ricca, straricca. Aprite il vocabolario. Voi, ad esempio, dite: — Ho mangiato qualche cosa prima del pranzo, ho preso un piccolo pasto dopo il pranzo, quel piatto era così squisito che n'ho mangiato un'altra porzione. — Che sciupìo di parole inutili, che noiosa ripetizione del verbo mangiare! Colpa vostra, signori miei. Se aveste un po' più di familiarità col vocabolario, direste semplicemente ho fatto uno spuntino o un ritocchino o un contentino.

E il De Amicis da bravo medico prescrive una cura ricostituente per questa anemìa. “Prendete il Fanfani, ultima edizione, mille e settecento pagine, otto volumi di sesto ordinario, di quattrocento pagine l'uno, cinquanta pagine al giorno. Un anno„.