— Il vocabolario! non l'abbiamo il vocabolario! —

Tutti, a questo breve dialogo, se la ridono sotto i baffi; anzi due, imprudenti, ridono così forte che quel signore stizzito, esclama in tono minaccioso: “C'è poco da ridere! Sono un galantuomo e non ho detto mica una sciocchezza, io!„ Poi, getta pochi soldi sul tavolo, prende bastone e cappello, e via!

Appena si fu allontanato, cominciarono nel caffè i commenti. “Sarà un pedante! Sarà un maniaco! Che bel tipo da commedia!„. E qui a ridere, a celiare, a mettere in canzonella tutti i puristi passati, presenti e futuri.

È comodo tagliare i panni al prossimo, mentre si gusta un gelato o un bicchierino di Strega!

Ma ripensando a quel signore, veggo che alla fin fine non aveva torto, no.

Siamo ragionevoli! Noi italiani, più degli altri popoli, si ha sempre bisogno del vocabolario. Ogni regione del nostro bel regno possiede il suo dialetto, e nel dialetto parla, impreca, bestemmia, ride, piange, delira, sogna. Specie noi del mezzogiorno, siamo abituati fin da bambini a trattare col nostro dialetto, gaio, vispo, birichino, licenziosetto, che è un miscuglio bizzarro di latino, greco, spagnuolo, francese — sacra reliquia dei nostri antichi padroni. — In famiglia, tra gli amici, nelle conversazioni casalinghe, tutto è dialetto. La parola, come è naturale, non ci viene mai meno: sempre pronta, sempre propria. Le frasi, gl'idiotismi, i vezzi si succhiano col latte materno. Siamo degli artisti nel raccontare un aneddoto, nel ritrarre una scena, nel rimbeccare — botta e risposta — chi vorrebbe divertirsi a nostre spese.

Ma tutta questa geniale gaiezza si estingue, ogni qualvolta siamo costretti di ricorrere alla lingua italiana. Con le persone di riguardo, con le signorine bisogna parlare in lingua ufficiale.

Quale martirio! Si piglia la rincorsa, ma che è che non è, il carro stride: voi vi sentite inceppato, le labbra quasi non sanno pronunziare una parola. Si va avanti barcollando, ricorrendo agli insomma, ai perciò, ai naturalmente, passando dal lei al voi, aiutandovi col gesto, con gli occhi. Spesso per pensare a uno strafalcione detto, vi ingarbugliate di più e ne dite altri. Spesso fate a meno di prendere parte alla discussione, il silenzio in quel caso è oro di ventiquattro carati; e se non è possibile tacere, rispondete a monosillabi, servendovi di un vezzoso e comodo: Sì, signora! No, no! Non ci mancherebbe altro! È verissimo!

E quando, come Dio vuole, la conversazione è finita sembra esservi liberato da un peso enorme. Vi resta però il rimorso, e tra voi e voi andate ricordando gli spropositi e i farfalloni pronunciati con tanta solennità. Che bella figura! e dire che libri ne avete letti, studi di lingua ne avete fatti!

Finchè si parla, passi pure: verba volant e volano pure le improprietà, i francesismi, le sgrammaticature, le lunghe perifrasi scialbe e inconcludenti, i periodi lasciati in asse. Del resto, mal comune è mezzo gaudio. Ognuno ha sull'anima di tali rimorsi e non potrebbe gettare la prima pietra!