Sono celebri le sfide di Roscio e di Cicerone: il primo pretendeva di esprimere col gesto tutto ciò che con la lingua esprimeva l'eloquentissimo oratore.
Credo però che nessuno abbia mai pensato quante cose noi diciamo con la parola mano. Sentite. Due persone si aggruffano? Vengono alle mani. Tizio ruba? lavora di mano, giuoca di mano. Caio gode la simpatia di tutti? è tenuto in palma di mano. Chi ama l'ozio, sta con le mani alla cintola, con le mani in mano. Quel signore è spilorcio? ha una mano!; è prodigo? è largo di mano; è severo? che mano di ferro; è debole? si fa prendere la mano.
Un mal vivente, dopo averne fatto di cotte e di crudo cade in trappola? è la mano di Dio! In questo affare non c'entro, me ne lavo le mani. La cosa è così, ne sono certo, metterei la mano sul fuoco. È colpa tua? morditi le mani. Invece di consumare venti parole per dire ad un amico o ad un seccatore, che siete dispostissimo a favorirlo, ma che non dipende solo da voi, bisogna parlarne anche a Tizio, vi sbrigate subito — lui con una mano ed io con due. Il do ut des dei latini, che sa molto d'egoismo, si raddolcisce col vezzoso una mano lava l'altra. Dammi una mano, aiutami. Hai le mani in pasta non si dice dei fornai, ma di molti uomini politici — voi m'intendete — che spandono grazie e favori. Aspettate l'occasione per rendere la pariglia a quel farabutto? se mi cade in mano! Il cavallo si sbizzarrisce? ha guadagnato la mano. Chi perdona, alza la mano, chi riesce in ogni cosa ha una mano benedetta„.
Ma mi accorgo di fare un lavoro inutile. Aprite il vocabolario; ne trovate a bizzeffe di queste frasi.
E quanto il vocabolario vi ha detto che una frase è italiana, servitevene a vostro bell'agio: mangiatene a colazione, a pranzo, a cena e andate a letto senza pensieri. Nessuno potrà attaccarvi sulla lingua.
Ma prima di addormentarvi, pensate un po' a quei poveri letterati antichi, che si trovarono in ben altre condizioni. Fino al cinquecento si scriveva senza vocabolario. Ognuno doveva accattar voci, frasi, regole sui classici canonizzati, formando così un zibaldone più o meno grosso per proprio uso e consumo. Si passavano anni e anni per un estratto di parole sulla Divina Commedia, sul Canzoniere, sulle Vite dei Santi Padri; e di ogni parola bisognava esibire il certificato di nascita, “L'ha detto Dante? ma dove? in qual verso? L'ha usata il Boccaccio? Ma santo Iddio, il Boccaccio non è sempre imitabile.„
Di qui polemiche, discussioni eterne che spesso andavano a finire in contumelie ed insulti. I pedanti stizzosi, cocciuti si ostinavano a scrivere l'oro di lega del trecento e non volevano d'un palmo staccarsi dal toscano, servendosi di parole rancide, imbalsamate; altri, di maniche larghe, mettevano in campo l'uso e quindi la lingua parlata; altri infine pur non dando troppo peso a tali pettegolezzi, per non venire alle mani con i pedanti, piegavano la testa. Il Bembo, vedendo che questa benedetta lingua bisognava cercarla con la lanterna di Diogene, diceva all'Ariosto: “Senti a me, scrivi in latino: il tuo Orlando potrà impazzire come vuole e nessuno avrà che dirci„.
E perchè? perchè mancava il vocabolario. Veramente un certo Padre Ambrogio Calepino (da cui ne venne Calapino, vocabolario) volle tentare la prova e mise fuori un lessicon. Ma che dizionario! Basti dire che il buon monaco agostiniano ingarbugliò di più la matassa.
E così la povera lingua italiana, disprezzata, bollata col nome di volgare, serviva per i piccoli atti, per gli atti grandi c'era il latino.
Ma un giorno, cinque accademici degli Umidi: Giambastista Dati, Anton Francesco Grazzini, Bernardo Canigiani, Bernardo Zanchini e Bastiano de' Rossi si distaccano dai compagni, si radunano in luogo ameno e alterando squisite cenette con spensierato cicalare, passano parecchie ore della sera.