Ferdinando Martini, socio corrispondente, fece il suo bravo discorso commemorativo.

Naturalmente vi furono applausi e strette di mano, e in ultimo ognuno se ne andò per i fatti suoi, un po' seccato, non del discorso, che fu bellissimo, ma della funzione. È tempo di pensare alla Crusca! Che Crusca e Crusca! Non ci mancherebbe altro. Noi vogliamo il fiore di prima qualità, anche a costo che questo fiore bianchissimo risulti da una miscela più o meno dannosa allo stomaco.

Fino a pochi anni fa avevamo la classe dei puristi, che si erano dati anima e corpo allo studio della lingua e alla compilazione di vocabolari. Ne vollero un po' troppo questi signori. E come sapete chi tira la spezza. Il soverchio rompe il coperchio e noi per conservare questo benedetto coverchio, abbiamo messo da parte ogni pedanteria. In Italia si parla e si scrive — e quanto! — ma non in lingua italiana. Le parole francesi e un tantino anche le inglesi abbondano nel nostro linguaggio. Appena esse arrivano da oltre Alpi si scrivono con riserva e in carattere diverso, come per far vedere a tutti che è merce estera; ma a poco a poco diventano pan di casa e non ci si bada più.

Hôtel, per esempio, oramai è concittadino. I nostri padri dicevano albergo, noi Hôtel. Che volete! Hôtel è più aristocratico, più signorile. I borghesi, i modesti negozianti vanno all'albergo, ma i principi, i marchesi, i conti, i deputati, i pezzi grossi della magistratura, dell'esercito e anche del socialismo vanno all'Hôtel. Si predica l'uguaglianza, è vero; ma un riguardo bisogna sempre averlo per il sangue bleu e per i gallonati!

Una persona vi passa frettolosamente di fianco e non volendo o pur volendo — chi lo sa, sono tanti i gusti! — vi pesta un piede. Voi mandate un grido, aggrizzando il naso, lui con un sorrisetto vi dice pardon e via. E perchè pardon? perchè questa parola antipatica? Non basta il dolore al piede, bisogna sentirne un altro all'orecchio?

È vero che oggi siamo amici dei francesi, è vero che il nostro Re fu accolto a braccia aperte a Parigi, ma non è detto che agli amici bisogna conceder tutto. E l'esempio l'ha dato proprio Sua Maestà.

Il nostro Re, un paio di anni fa ordinò che il menu dei suoi pranzi ufficiali fosse redatto in lingua italiana. E n'era tempo: Perchè ricorrere al francese?

In quell'occasione il Giornale d'Italia fece un passo avanti e disse ai suoi lettori: “Perchè non mandar via anche menu e sostituirlo con parola italiana?„

La proposta piacque e per dieci o dodici giorni non si parlò che di menu. Chi voleva sostituirlo con lista, chi con elenco, chi con nota, chi con minuta. Lo Stecchetti, sempre all'erta quando si tratta di pranzi, cene e altro ben di Dio, rispose: “Zitto! Lista è antipatico, perchè ricorda il conto da pagare: elenco è troppo solenne e cattedratico; minuta è d'italianità dubbia, specie in questo significato. O dunque come si fa? Come facevano i nostri antichi!„ E citando esempi di molti cuochi, conchiuse che “sul cartoncino si potrebbe scrivere: “Pranzo offerto da S. M. il Re d'Italia al corpo... diplomatico.„

Ma anche lo Stecchetti parlò al deserto. Menu può dire come Vittorio Emmanuele II: “Ci siamo e ci resteremo„. Non vedete come è dolce questa parola? Menu ci fa venire l'acquolina in bocca e ci prepara alla bella funzione. Chi volete stomacare con lista, elenco e nota?