E così allegramente, in nome del buon gusto, si dà il benvenuto alle parole straniere, e il ben servito alle paesane. E quel che è peggio, i nostri letterati maggiori, questi Santi Padri, che più degli altri dovrebbero essere gelosi custodi di un tanto tesoro, sono di maniche larghe, se pure non si arrogano il diritto di arricchire la lingua con parole di nuovo conio.
Il D'Annunzio, che dopo la morte del Carducci, a dispetto del fratello Pascoli, dell'amico Graf e degli altri dignitari, si è solennemente dichiarato, come il leone della favola, re della poesia, del romanzo, del teatro; ha il vezzo di incastrare nei suoi lavori parole nuove. Potrei fare un menu, cioè un elenco, di queste parole, che egli ricava dal suo dialetto, dal latino e forse dall'arabo o dal fenicio. Ma è inutile: leggendo una sola pagina di una sua tragedia o di un suo romanzo ne avrete piene le tasche o meglio le orecchie, perchè le parole non hanno mai riempite le tasche, quantunque spesso le.. rompono.
Fra tante parole nuove, introdotte dal D'Annunzio ne scelgo una: sororale. Che significa? Ecco: abbiamo detto sempre fraterno per indicare tutto ciò che appartiene a fratello o a sorella. Ma ciò non garba al D'Annunzio. Egli dice: “Mettiamo le cose a posto. Oggi che la donna deve emanciparsi, bisogna che abbia un aggettivo proprio. Per il fratello, fraterno, per la sorella, sororale. È un vocabolo un po' ruvido, poco degno del sesso gentile? Eh, come v'ingannate! Assaporatelo bene, mettetelo in circolazione e vedrete come è dolce e armonioso„.
Potreste dire: Il Fanfani non la registra. Bella ragione. Chi è Fanfani? Fanfani comanda a casa sua, o meglio comandava, perchè è morto già da un trentennio. Ma ammesso pure che il Fanfani fosse vivo, potrebbe imporsi al D'Annunzio e compagni? Oggi libertà per tutti. Chi ha il coraggio di alzar la voce a favore della lingua? Vocabolarî ce ne sono, ma che vocabolarî! Se togli il Petrocchi, che si ostina a voler purificare il patrio linguaggio, tutti gli altri letterati che potrebbero insegnarci un po' a parlare o si danno alla politica, come il Martini, o sonnecchiano, come il Morandi.
Oggi il vocabolario si è trasformato in una piccola enciclopedia: la lingua è in terza o in quarta linea.
Scorrete per un momento il nuovissimo Melzi, che corre per le mani di tutti e che ha invaso le nostre scuole: 1600 pagine — 4420 incisioni — 78 tavole di nomenclatura figurata — 40 carte geografiche — 1072 ritratti — 1005 figurine e tipi dei diversi paesi — 12 cromolitografie.
Questo signor Melzi, imitando l'esempio del Larousse, ha detto che il vocabolario va scritto per tutti; dovrà essere un succoso prontuario di storia, di geografia, di scienze naturali, d'igiene; già, anche l'igiene! La salute del prossimo innanzi tutto, e perciò l'umanitario autore mette una tavola a colori, fuori testo, indicando i funghi velenosi e i funghi mangiabili.
È sconfortante, non è vero? Si studia il francese, l'inglese, il tedesco; l'italiano no: si ha la pretensione di saperlo.
Meno male che fra un centinaio di anni e forse prima avremo la lingua universale.
Il Trombetti ci ha dimostrato che in principio il linguaggio era uno; non fa dunque maraviglia se ritorni ad essere uno. L'umanità — è un fatto assodato — dopo essere andata avanti, avanti, avanti, deve tornare indietro, indietro, indietro. E poi della lingua universale se ne parla da un pezzo e siate sicuri che dopo la larghissima riforma elettorale, dopo l'ascensione dei socialisti al Potere, dopo aver aggiustata la faccenda con le donne, che ad ogni costo vogliono un posticino nei parlamenti nazionali, si penserà alla lingua.