Poveri esseri, creati senza necessità, condannati a restare per anni e anni nelle vetrine dei librai e a chiedere sommessamente, a chi passa, la carità di essere comprati! Poveri infelici, che, non trovando un compratore, si offrono in dono, in segno di omaggio, in segno di stima, come ricordo affettuoso, tanto per cambiar aria e domicilio!

Veramente alcuni autori, dopo un primo saggio, conoscendo forse di aver dato un passo falso, si fermano. Speravano di ottenere gloria e ricchezze, ma non avendo ottenuto nè l'una, nè le altre si ritirano, dicendo corna del pubblico ignorante. Altri invece non si arrendono mai: ogni anno metton fuori un volume; cercano la gloria ad ogni costo, vogliono per forza essere riconosciuti ufficialmente poeti o romanzieri. A furia di importune e continue preghiere, dopo tante umiliazioni e dinieghi, supplicando, scongiurando, arrivano a carpire una parola di lode da qualche illustre letterato e così giungono ad ottenere un po' di nome. Essi ne gongolano, ne vanno superbi, senza accorgersi che sciupano danaro e tempo. Altri infine, poco fecondi, ma molto infatuati, amano ripubblicare sempre il medesimo lavoro in una seconda, in una terza, e in una quarta edizione.

Ma, signori miei, volete persuadervi che non tutti siamo nati poeti o romanzieri? Finitela una buona volta di far gemere i torchi e... il pubblico. La legge non vi punisce, ma voi siete rei di un gran delitto: voi date l'esistenza a questi poveri libri destinandoli a piangere il giorno della loro nascita.

Dite di aver nel cervello un granellino di sale. I nostri complimenti. Ma credete che basti quel granellino per condire un libro? Errore, errore. Quando manca quel bernoccolo, di cui parla il De Musset, o per dirla tra noi, quando manca il genio, lavoro sprecato.

“Certe teste — dice argutamente Aristide Gabelli — ribollite nello studio, somigliano alle uova: più bollono e più diventano dure.„

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Curioso! Oggi avvertiamo una grande carestia di tempo. Il positivismo ce lo ruba. Da ogni parte si sente dire: — Mi manca il tempo! non ho tempo! — Pare che le giornate non siano più di ventiquattro ore. Subito giorno, subito notte.

Eppure moltissimi, invece di utilizzarlo questo po' di tempo, che quantunque galantuomo ci scappa di mano, lo consumano a scrivere libri inutili. Il tempo è oro e perchè mandarlo via come ferro vecchio? Se ve ne avanza, se non sapete che farne, se non avete bisogno di lavorare, perchè le vostre rendite tornano bene, passeggiate, viaggiate: se ne avvantaggerà l'organismo. Il moto è salutare.

Nossignore, debbono ammazzare il tempo a tavolino, senza accorgersi che ammazzano se stessi. La vita sedentaria ci predispone alla gotta, al diabete, e ad altro ben di Dio.

Ma fino a prova contraria non saprei gridare la croce addosso a questi poveretti: mi vado convincendo che essi sono affetti dal morbus letterarius, di cui parla Terenzio. Chi sa: forse è qualche microbo, che entra nel cervello e che li spinge a scribacchiare.