È un campo aperto a tutti e tutti l'hanno più o meno sfruttato. Il primo, a quanto io ne sappia, fu il Leopardi, il quale ci lasciò due grossi volumi, accresciuti per giunta dal Fabbricatore e pubblicati dal Morano, con un caratterino minuto, che stanca terribilmente l'occhio.
I volumi furono ben accolti e per molti anni nessuno fiatò. Ma a poco a poco, prima a bassa voce, e poi in tono alto, si incominciò a dire che il Leopardi non aveva colto nel segno. Un bel lavoro il suo, un lavoro di polso, ma non alla portata di tutti. Diamine, neppure una nota, neppure una parola di commento! Quella Crestomazia può servire per i letterati, non per le scuole e molto meno per il pubblico. Bisogna battere un'altra strada. Il materiale classico vuol essere sfrondato, condito e reso più appetitoso con delle noticine. Così pensò il Fornaciari nel comporre i due Esempi di bello scrivere. Dico comporre, non compilare, perchè il suo fu un lavoro accurato e scrupoloso: ad ogni passo considerazioni, annotazioni di lingua e di stile. Nel volume di prosa mille note, in quello di poesia millequattrocentotrentasei. Crepi l'avarizia! E poi “ho procurato — egli dice nella prefazione — che ciascuna prosetta possa stare da sè ed abbia il suo principio, il suo mezzo e il suo fine e non sia come un membro staccato da altri membri, ma come un piccolo corpo con tutte le sue parti belle e proporzionate.„ I due volumi ebbero fortuna: entrarono nelle scuole per dire a maestri e a scolari come bisogna studiare la lingua italiana e come estrarre il miele dai fiori.
Ma il Fornaciari è un po' troppo purista. Che severità, che intransigenza! E come sapete il rigore non piace. Specie in materia di lingua vorremmo essere liberi come gli uccelli. No, gli Esempî del Fornaciari dilettano poco. Il giovane studente si annoia con tante note e noticine, e manda a quel paese esempi e precetti. Un'antologia deve essere un'antologia, non una grammatica o un manuale di stilistica. Oh! credete davvero che i giovani imparano a scrivere con questi brani di autori famosi, lardellati da note e noticine? Per imparare a scrivere si è detto sempre che bisogna sentire, ma quando si leggono, si studiano, si mandano a memoria questi brani, nulla si sente, all'infuori di un forte dolore di testa.
Per fortuna questa verità incominciò a farsi strada, e a poco a poco vennero fuori altre antologie, che davano quasi il benservito agli scrittori antichi. Poco Petrarca, poco Sacchetti e compagni, pochissimo Filicaia. Niente Iacopi e Iacoponi, niente Cavalcanti, niente Bembo. Fuori i tre Padri: Segneri, Cesari, Bartoli; fuori gli storici fiorentini col loro Segretario; fuori le nenie e le canzonette amorose del secolo d'oro e d'argento!
Il giovane vuol essere allettato, divertito da letture piacevoli, da pezzettini moderni. Occorre roba nuova, roba fresca, roba brillante.
E questa roba fresca o quasi fresca ce la dà il Marchesani, il Martini, il Pascoli; ce la danno le coppie: Carducci e Brilli, Mestica e Orlando, Fabbro e Marco. Alcuni, come il Morandi e il Martini, scrivono semplicemente Prose e Poesie Italiane, il Pascoli si diletta di titoli poetici: Fior da Fiore, Sul limitare; il Boni, come per stuzzicare l'appetito, ci dà La lingua viva; la ditta Nota e Fontana: Pagine gaie e pagine forti.
E questi signori si dividono nelle nostre scuole il servizio dell'italiano. Un anno tocca al Morandi, e Stefano Lapi per il 1.º Ottobre prepara una bellissima nuova edizione delle Prose e Poesie, arricchite da un appendice poetico. Nel nuovo anno scolastico il Morandi si ritira, si presenta il Pascoli e tutti i ginnasi del Regno sono pieni di Fior da Fiore. Fiori, fiori da per tutto! Ed è giusto: senza fiori non si possono avere frutti. Poi viene la volta del Martini, poi quella del Mestica e collega, poi quella del Lipparini, poi... s'incomincia da capo. Ma c'è un accordo dunque tra loro? Chi lo sa? Bisognerebbe domandare a quei papaveri della Minerva!
Del resto, salvo piccoli inconvenienti, queste antologie meritano encomi: sono redatte da bravi professori, i quali sanno meglio degli altri dove mettere le mani. È regola generale: a chi sa dove mettere le mani bisogna battere le medesime!
Ci dispiace però che questo genere didattico è oggi sfruttato da una turba di novizi.
Un tempo tutti quelli che non potevano entrare nella repubblica letteraria con qualche lavoro originale, si aggrappavano a Dante, dichiarandosi solennemente commentatori del Sommo Poeta. Ricordate il Biagioli. Il poveretto, che non ne imbroccava una, si dette a Dante, e dopo molti anni di studio e di elucubrazioni si sgravò di un commento, famoso solo per le continue diatribe contro il gesuita Lombardi, un altro illuso, che tentò uscire dall'oscurità, facendosi un po' rischiarare dal Poeta.