No, no, dopo pranzo le rimetterete al loro posto. Quell'ospedale ha il suo valore!
I libri fortunati.
Quanto fruttò all'Alighieri la Divina Commedia? Neppure il becco di un quattrino. Noi, tardi nepoti, l'abbiamo coverto di alloro da capo a piedi, gli abbiamo messo in testa una ricca corona di lauro, l'abbiamo solennemente dichiarato il papà della poesia, ma il Sommo Poeta se ne morì povero e in esilio.
E l'Ariosto che cosa ebbe per l'Orlando Furioso? Danaro, zero. Egli stesso se ne lamentava con le Muse:
Apollo, tua mercè, tua mercè, santo
Collegio delle Muse, io non possiedo
Tanto per voi ch'io possa farmi un manto.
E sapreste trovarmi un solo poeta che fosse divenuto ricco per i suoi libri?
Alcuni vivevano con qualche agiatezza, perchè erano sussidiati, perchè riscuotevano una pensione come vecchi impiegati in ritiro, ma nessuno potè mai esclamare: “I miei libri mi hanno fruttato duecento, mille, tre mila zecchini!„
Anche dopo il Settecento, in cui il libro incominciò a mettersi in commercio, i poveri poeti ricavavano ben poco. Il Parini, ad esempio, doveva ricorrere alla generosità di un canonico per non vedersi morir di fame la propria madre; il Foscolo se ne andava ramingo per la Svizzera, per l'Inghilterra; e se il Monti viveva da signore, quel danaro gli veniva direttamente dalla Real Zecca, per i servizî speciali, che rendeva alla Corona.