Le Mie Prigioni! Ecco un altro libro fortunato.

Il Pellico nel 1830 se ne usciva dallo Spielberg, dov'era stato a scontare dieci anni di carcere duro. L'abate Giordano, a cui egli “raccontava per minuto tutto quello che aveva sofferto, lo consigliò a scriverne la narrazione e a pubblicarla.„ Così nacquero le Mie Prigioni!

Il libro andò a ruba e divenne popolarissimo.

“Il buon successo — sono parole dello stesso autore — crebbe rapidamente nella Penisola. A Parigi il De Latour lo tradusse nella sua lingua, le edizioni e le traduzioni si moltiplicarono ben oltre il merito...„

Ma invece di andar numerando quante edizioni se ne fecero in Italia e fuori, vediamo piuttosto, perchè quel libro, così modesto, così piamente religioso, abbia avuto tanta fortuna.

In quel tempo non si parlava d'altro che di patria. Patria! patria! Era la parola d'ordine dei poeti, degli storici, dei filosofi. L'Italia doveva una buona volta essere libera.

Il Niccolini con le sue tragedie imprecava contro il tiranno, pigliando a prestito i fulmini di Giove; il Guerrazzi, con i suoi strani romanzi, tutt'altro che storici, ribatteva il chiodo, gridando come energumeno: “Se non liberiamo la Patria io divento pazzo!„

Il Pellico, al contrario, non si adira, non impreca contro gli oppressori, ma narra, senza apparato di forma, che cosa ha sofferto per la Patria. “Simile ad un amante maltrattato dalla sua bella e dignitosamente risoluto di tenerle il broncio, lascio la politica ov'ella sta e parlo d'altro.„ E parla delle sue infermità, dei maltrattamenti subiti. Lo facevano morir di fame e una volta fu proprio sul punto di chiedere un po' di pane al giovane barbiere! Per portare gli occhiali c'era bisogno di un permesso speciale dell'Imperatore. Solo, segregato dai suoi compagni di sventura, vorrebbe almeno passare il suo tempo poetando, ma gli è negata perfino la carta, e il poveretto deve ricorrere “all'innocente artificio di levicare con un pezzo di vetro un rozzo tavolino e lì scrivere, con i polsi fasciati, affinchè le zanzare non entrassero nelle maniche.„ Dopo aver letto e riletto raschia “ogni cosa col vetro, per avere atta quella superficie a ricevere nuovi pensieri„. L'unico suo conforto è una lettera della famiglia, una parola della sua buona mamma. Ma che! “Quelle lettere passano per la trafila della Commissione e vengono rigorosamente mutilate con cassature di nerissimo inchiostro. Un giorno invece di cassare alcune frasi, tirarono l'orribile riga su tutta quanta la lettera, eccettuata la parola Carissimo Silvio e il saluto che era in fine: t'abbracciamo tutti di cuore. Proruppi in urla e maledissi non so chi.„

Ecco perchè quel libro commosse. Sembrò ad ognuno di essere stato nello Spielberg e di aver sofferto quelle pene, quegl'insulti, quelle sevizie. Nelle Mie Prigioni la figura del Pellico quasi dispare; no, non è il Pellico, sono tutti gl'Italiani che gemono nel terribile carcere, perchè amano la Patria e la libertà!

L'abate Giordani, da buon confessore, gli diceva: “Mostrate quanto il Deismo e la filosofia siano impotenti a fronte della Religione Cattolica. Molti giovani, letto il vostro libro, scuoteranno il giogo dell'incredulità.„ Ma le Mie Prigioni ci fanno pensare a un altro giogo: al giogo della schiavitù! Il Pellico, con la dolcezza, con la rassegnazione, fece fremere i nostri animi più del Niccolini, dei Guerrazzi e di tanti altri, che si servirono della penna come di una dinamite. Ben disse Cesare Balbo: “Questo libro è per l'Austria più che una battaglia perduta!„ Le madri che prepararono i figliuoli per le guerre della nostra Indipendenza avevano letto le Mie Prigioni, non la Battaglia di Benevento, o l'Arnaldo da Brescia!