Anzi, alcuni poeti ebbero un'idea originale: vollero abbozzare la propria effigie in un sonetto. E che? Non si è sempre detto che il poeta dipinge e colorisce? Dunque se sa dipingere gli altri, non sa dipingere se stesso?
Il primo esempio lo dette l'Alfieri.
Capelli or radi in fronte e rossi pretti
Lunga statura e capo a terra prono.
Sottil persona in su due stinchi schietti
Bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono:
Giusto naso, bel labbro e denti eletti
Pallido in volto più che un re sul trono.
Seguirono il Foscolo e il Manzoni, e dopo.... la turba. Ma questi ritratti a penna si rassomigliano tutti: la stessa struttura, gli stessi profili. Le due quartine se ne vanno per misurare la fronte, il naso, la bocca, il petto; per farvi sapere il colore dei capelli, degli occhi, del volto; per decantarvi la qualità extra dei denti, per misurarvi la statura. Le terzine vi informano delle doti morali. Sono tutti ricchi di virtù e di vizî i nostri poeti! Tutti sobrî, schietti, leali; irruenti, sì, ma non maligni: alteri, ma non superbi: or duri, or pieghevoli, or acerbi, or miti: ma il cuore! il cuore è buono, il cuore è generoso, il cuore è nobile! Più che un ritratto, è dunque la presentazione che il poeta fa di se stesso. Non dice che è bello, ma lo lascia supporre; non dice che è un genio, ma nell'ultimo verso qualche cosa l'accenna, così di sfuggita.
L'Alfieri domandava a sè stesso: