E i monaci? Sono benemeriti della cultura nazionale, hanno conservato le migliori opere, sissignore; ma anch'essi ne sanno qualcosa.
Benvenuto da Imola ci fa sapere in quale stato miserando il Boccaccio abbia trovato la biblioteca di Montecassino. “Essendo il venerabile maestro mio — egli dice — andato nelle Puglie, si fermò al nobile monastero di Montecassino e avido di vedere la libreria, che aveva inteso di essere colà nobilissima, domandò ad un monaco graziosamente che gli dovesse di grazia aprire la biblioteca. Ma questi rispose bruscamente mostrandogli un'alta scala: salite, che è aperta. Lieto vi ascese e trovò il luogo di tanto tesoro senza porte nè chiave ed entrato vide l'erba nata per la finestra e libri e scaffali coperti di polvere alta.
Maravigliato cominciò ad aprire ora questo, ora quel libro e vi trovò molti e varî volumi d'antichi e rari, dei quali ad alcuni erano strappati dei quaderni, a altri recisi i margini delle carte e così in molte guise sformati. Compassionando che le fatiche e gli studî di tanti incliti ingegni fossero venuti in mano di gente ignorantissima, se ne partì con le lacrime agli occhi. E imbattutosi in un monaco del chiostro, gli domandò perchè sì preziosi libri fossero tanto indegnamente mutilati. Il quale rispose che alcuni monaci per guadagnare due o cinque soldi radevano un quaderno e ne facevano uffiziuoli da vendere ai bambini e con i ritagli dei margini formavano brevi per le donne. Or va — conchiude dolorosamente Benvenuto — va, uomo studioso, e rompiti il capo per far libri!„
Ma non solo i monaci di Montecassino la pensavano così: i colleghi di Saint Gall avevano per i libri lo stesso culto. Il Poggio, che andava arrampicandosi per i solai del convento, trovò una gran parte della Biblioteca in una cantina, in mezzo a ragnatele e a sudiciume. “Otto Orazioni di Cicerone, le Istituzioni di Quintiliano, tre Libri di Valerio Fiacco li rinvenni — dice il Poggio — in una specie di prigione, oscura e umida, ove non si sarebbe pur voluto gettare un condannato a morte.„
Ed anche oggi c'è il bel costume di imitare quei frati; imitarli fino a un certo punto, perchè i moderni, più pratici, invece di mettere i libri a marcire accanto alle botti, li barattono con quattrini.
Vedete: muore un letterato, uno scienziato, un porporato? Gli eredi, dopo cinque o sei mesi, mandano via per poche migliaia di lire la biblioteca dell'illustre estinto. Peccato mortale vendere il vecchio pianoforte, anche se deve restare di passatempo ai topi; sacrilegio mettere al fuoco certi armadi-nonni, lasciati dai capostipiti; insomma tutto si conserva con più o meno cura e venerazione, solo i libri, via! Quei volumi che si trovano in buone condizioni vanno a cadere tra gli artigli dei librai; gli altri, più malconci, perchè più consultati dal povero estinto, restano per uso di famiglia, cioè per i piccoli bisogni di casa, in cucina o... altrove.
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Ma i veri nemici dei libri, i nemici accaniti e brutali, che si possono a tutta ragione chiamare biblioclasti, sono stati quei Re, quegli Imperatori, quei Capi di Governo, che si dettero forsennatamente a perseguitare la stampa.
Questi Dittatori, questi Autocrati, questi voluti Onnipotenti, che si facevano chiamare sacri e inviolabili, che venivano pomposamente coronati in un tempio, che avevano in mano la vita e la morte di milioni di sudditi, odiavano la stampa; e spesso per una parola, per una frase, distruggevano opere pregevolissime. I poveri scrittori erano tenuti d'occhio e spiati come miseri delinquenti. Guai a pubblicare un libro senza il R. Imprimatur, senza sottoporlo alla censura reale! Confisca di beni, esilio, ergastolo, rogo!
Il tiranno, circondato da ministri e da consiglieri, forte di cannoni e di sgherri, aveva paura del libro, che arrivava nella reggia come un terribile monito, come una sfida, come una minaccia, come la mano nera, apparsa a Baldassarre.