Questo lo perse, quando a quella fonte
Lo occise Orlando in braccio a Carlo Mano.
Or non più zanze: ritornamo al conte,
Che ricevuto ha quel colpo villano.
Da le piante sudava insin la fronte,
E di far sua vendetta è ben certano;
A poco a poco l'ira più se ingrossa,
A due man mena con tutta sua possa.

Da lato a l'elmo gionse il brando crudo,
E giù discese della spalla stanca;
Più de un gran terzo li tagliò del scudo,
E l'arme e' panni, insin la carne bianca,
Sì che mostrar li fece 'l fianco nudo;
Calla giù il colpo, e discese ne l'anca,
E carne e pelle aponto li risparma,
Ma taglia il sbergo, e tutto lo disarma.

Quando quel colpo sente il re Agricane,
Dice a se stesso: "E' mi convien spaciare.
S'io non me affretto di menar le mane,
A questa sera non credo arivare;
Ma sue prodezze tutte seran vane,
Ch'io il voglio adesso allo inferno mandare;
E non è maglia e piastra tanto grossa,
Che a questo colpo contrastar mi possa."

Con tal parole a la sinestra spalla
Mena Tranchera, il suo brando affilato;
La gran percossa al forte scudo calla,
E più de mezo lo gettò su il prato.
Gionse nel fianco il brando che non falla,
E tutto il sbergo ha de il gallon tagliato;
Manda per terra a un tratto piastre e maglia,
Ma carne o pelle a quel ponto non taglia.

Stanno a veder quei quattro cavallieri
Che venner con Orlando in compagnia,
E mirando la zuffa e i colpi fieri,
E tutti insieme e ciascadun dicia
Che il mondo non avia duo tal guerreri
Di cotal forza e tanta vigoria.
Gli altri pagan, che guardan la tenzone,
Dicean: - Non ce è vantaggio, per Macone! -

Ciascun le botte de' baron misura,
Ché ben iudica e colpi a cui non dole;
Ma quei duo cavallier senza paura
Facean de' fatti, e non dicean parole.
E già durata è la battaglia dura
A l'ora sesta da il levar del sole,
Né alcun di loro ancor si mostra stanco,
Ma ciascun di loro è più che pria franco.

Sì come alla fucina in Mongibello
Fabrica troni il demonio Vulcano,
Folgore e foco batte col martello,
L'un colpo segue a l'altro a mano a mano;
Cotal se odiva l'infernal flagello
Di quei duo brandi con romore altano,
Che sempre han seco fiamme con tempesta;
L'un ferir suona a l'altro, e ancor non resta.

Orlando gli menò d'un gran riverso
Ad ambe man, di sotto alla corona,
E fu il colpo tanto aspro e sì diverso,
Che tutto il capo ne l'elmo gli intona.
Avea Agricane ogni suo senso perso;
Sopra il col di Baiardo se abandona,
E sbigotito se attaccò allo arcione:
L'elmo il campò, che fece Salamone.

Via ne lo porta il destrier valoroso;
Ma in poco de ora quel re se risente,
E torna verso Orlando, furïoso
Per vendicarse a guisa di serpente.
Mena a traverso il brando roïnoso,
E gionse il colpo ne l'elmo lucente:
Quanto puote ferire ad ambe braccia,
Proprio il percosse a mezo della faccia.

Il conte riversato adietro inchina,
Ché dileguate son tutte sue posse;
Tanto fo il colpo pien di gran roina,
Che su la groppa la testa percosse;
Non sa se egli è da sera, o da matina,
E benché alora il sole e il giorno fosse,
Pur a lui parve di veder le stelle,
E il mondo lucigar tutto a fiammelle.