Or ben li monta lo estremo furore:
Gli occhi riversa e strenge Durindana.
Ma nel campo se leva un gran romore,
E suona nella rocca la campana.
Il crido è grande, e mai non fo maggiore:
Gente infinita ariva in su la piana
Con bandiere alte e con pennoni adorni,
Suonando trombe e gran tamburi e corni.

Questa è la gente de il re Galafrone,
Che son tre schiere, ciascuna più grossa.
Per quella rocca, che è di sua ragione,
Vien con gran furia ad averla riscossa;
Ed ha mandato in ogni regïone,
E meza la India ha ne l'arme commossa;
E chi vien per tesor, chi per paura,
Perché è potente e ricco oltra a misura.

Dal mar de l'oro, ove l'India confina,
Vengon le gente armate tutte quante.
La prima schiera con molta roina
Mena Archiloro il Negro, che è gigante;
La seconda conduce una regina,
Che non ha cavallier tutto il levante
Che la contrasti sopra della sella,
Tanto è gagliarda, e ancor non è men bella.

Marfisa la donzella è nominata,
Questa ch'io dico; e fo cotanto fiera,
Che ben cinque anni sempre stette armata
Da il sol nascente al tramontar di sera,
Perché al suo dio Macon se era avotata
Con sacramento, la persona altiera,
Mai non spogliarse sbergo, piastre e maglia,
Sin che tre re non prenda per battaglia.

Ed eran questi il re de Sericana,
Dico Gradasso, che ha tanta possanza,
Ed Agricane, il sir de Tramontana,
E Carlo Mano, imperator di Franza.
La istoria nostra poco adietro spiana
Di lei la forza estrema e la arroganza,
Sì che al presente più non ne ragiono,
E torno a quei che gionti al campo sono.

Con romor sì diverso e tante crida
Passato han Drada, la grossa riviera,
Che par che il cel profondi e se divida.
Dietro alle due venìa l'ultima schiera;
Re Galifrone la governa e guida
Sotto alle insegne di real bandiera,
Che tutta è nera, e dentro ha un drago d'oro.
Or lui vi lascio, e dico de Archiloro,

Che fo gigante di molta grandezza,
Né alcuna cosa mai volse adorare,
Ma biastema Macone e Dio disprezza,
E a l'uno e l'altro ha sempre a minacciare.
Questo Archiloro con molta fierezza
Primeramente il campo ebbe assaltare;
Come un demonio uscito dello inferno
Fa de' nemici strazio e mal governo.

Portava il Negro un gran martello in mano,
(Ancude non fu mai di tanto peso),
Spesso lo mena, e non percote in vano:
Ad ogni colpo un Tartaro ha disteso.
Contra di lui è mosso il franco Uldano
E Poliferno, di furore acceso,
Con due tal schiere, che il campo ne è pieno;
Ciascuna è cento millia, o poco meno.

E quei duo re, non già per un camino,
Ché l'un de l'altro alora non se accorse,
Ferirno al Negro nel sbergo acciarino,
E quel si stette di cadere in forse,
E fu per traboccar disteso e chino;
Ma quel ferir contrario lo soccorse,
Ché Poliferno già l'avea piegato,
Quando il percosse Uldano a l'altro lato.

Sopra alle lancie il Negro se suspese,
Ma già per questo di colpir non resta;
Però che il gran martello a due man prese,
E ferì il Poliferno nella testa,
E tramortito per terra il distese.
Poi volta l'altro colpo con tempesta,
E nel guanciale agionse il forte Uldano,
Sì che de arcione il fie' cadere al piano.