Era quel vecchio di mala semenza,
Incantatore e di malizia pieno;
Per Macometto facea penitenza,
Credendo gir con lui nel ciel sereno.
Sapea de tutte l'erbe la potenza,
Qual pietra ha più virtute e qual n'ha meno;
Per arte move un monte de legiero
E ferma un fiume quel falso palmiero.
Standosi questo ad adorar Macone
Vide li amanti solacciar nel piano,
E prese a quel mirar tentazïone,
Tal che li cadde il libracciol di mano;
E seco pensa il modo e la ragione
Di tuor la dama al cavallier soprano.
Poi che fatto ha il pensier, questo infelice
Smonta la costa e porta una radice:
Una radice de natura cruda,
Che fa l'omo per forza adormentare;
Ma conviensi toccar la carne nuda,
Quella che al sol scoperta non appare,
Chi vôl che la persona gli occhi chiuda:
Né si puote altramente adoperare,
Perché toccando il collo, o testa, o mano,
Adoprarebbe sua virtute in vano.
Poi che fu al prato quel vecchio canuto,
E vide Brandimarte nella faccia,
Ch'era un cavallier grande e ben membruto,
Tirossi adietro quel vecchio tre braccia,
E già se pente de esser giù venuto,
Né per gran tema sa quel che si faccia;
Pur prese ardire, e vanne alla donzella,
E pianamente gli alcia la gonella.
Né si attentava de spirare il fiato,
Perché non aggia il cavallier sentito.
Parea la dama avorio lavorato
In ogni membro, o bel marmo polito,
Quando scoperta d'intorno e da lato
Fu da quel vecchio, come aveti odito.
Lui se chinava piano a terra, e poscia
Con la radice li tocca una coscia.
Così legata al sonno per una ora
Fu la donzella da quel rio vecchiaccio;
E, per non fare al suo desio dimora,
Subitamente se la prese in braccio.
Salisce al bosco, e guarda ad ora ad ora
Se il cavallier se leva a darli impaccio;
Con la radice non l'avea tocco esso,
Né pur li basta il cor de girli apresso.
Ora il vecchio la dama ne portava,
Ed era entrato in un bosco maggiore.
Tanto andò, che la dama se svegliava,
E per gran novità tremava il core.
Poi vi dirò la cosa come andava,
E come tratta fu de tanto errore,
Ch'io vo' tornare a Brandimarte ardito,
Che un gran romor dormendo ebbe sentito.
A quel romore è il cavallier svegliato,
E pauroso se ebbe a risentire;
Come la dama non se vide a lato,
Della gran doglia credette morire.
Piglia il destriero e fu subito armato,
E verso quel romor ne prese a gire,
Ché proprio odir la voce gli assembrava
De una donzella che se lamentava.
Come fo gionto, vide tre giganti
Che avean molti gambeli in su la strata:
Duo venian drietro, ed un giva davanti,
Menando una donzella scapigliata;
E parve a Brandimarte ne' sembianti
Che Fiordelisa sia la sciagurata,
Che sopra a quel gambel cridava forte
Chiedendo in grazia a Dio sempre la morte.
Più Brandimarte sua vita non cura,
Poi che crede la dama aver perduta;
Di scoterla o morire a Macon giura,
Ma certo è morto, se altri non lo aiuta.
Ciascun gigante è grande oltra misura
Ed ha la faccia orribile e barbuta;
Duo di lor se voltarno al cavalliero
Con aspra voce e con parlare altiero.