Così li va de intorno tutta via,
E sempre la battaglia prolungava;
Ad Oridante, che il sangue perdia,
A poco a poco la lena mancava.
Lui furïoso non se ne avedia,
E sempre maggior colpi radoppiava;
Il cavallier, di lui molto più esperto,
Li andava intorno e tenìa l'occhio aperto.
Da l'altra parte è la pugna maggiore
Tra il feroce Ranchera e il conte Orlando.
Quel mena del bastone a gran furore,
E questo li risponde ben col brando.
Già combattuto avean più de quattro ore,
L'un sempre e l'altro gran colpi menando,
Quando Ranchera gettò il scudo in terra
E ad ambe mano il gran bastone afferra.
E menò un colpo sì dismisurato
Che, se dritto giongeva quel gigante,
Non si serìa giamai raffigurato
Per omo vivo quel segnor de Anglante;
Gionse ad uno arbor, che era ivi da lato,
E tutto lo spezzò sino alle piante,
Le rame e il tronco, dalla cima al basso;
Odito non fu mai tanto fraccasso.
Vide la forza quel conte gagliardo
Che avea il gigante fuor d'ogni misura;
Subitamente smontò di Baiardo,
Ché sol di quel destriero avea paura.
Quando Ranchera li fece riguardo,
Veggendolo pedone alla verdura:
- Ben aggia Trivigante! - prese a dire
- Ché oramai questo non puotrà fuggire.
Prima che rimontar possi in arcione,
Te augurerai sei leghe esser lontano.
Or chi t'ha consigliato, vil stirpone,
Smontar a piede e combatter al piano?
E non mi giongi col capo al gallone,
Stroppiato bozzarello e tristo nano!
Che se io te giongo un calcio ne la faccia,
De là del mondo andrai ducento braccia. -
Così parlava quel superbo al conte:
Lui non rispose a quella bestia vana;
Menò del brando, e quante arme ebbe gionte,
Mandò tagliate in su la terra piana.
Or se strengono insieme a fronte a fronte:
Questo mena il baston, quel Durindana;
Sta l'uno e l'altro insieme tanto stretto,
Che colpir non se puon più con effetto.
Tanto è il gigante de Orlando maggiore,
Che non li gionge al petto con la faccia;
Ma il conte avea più ardire e più gran core,
Ché gagliardezza non se vende a braccia.
Pigliârsi insieme con molto furore,
Ciascun de atterrar l'altro se procaccia;
Stretto ne l'anche Orlando l'ebbe preso,
Leval da terra, e in braccio il tien sospeso.
Sopra del petto il tien sempre levato,
E sì forte il stringea dove lo prese,
Che il sbergo in molte parte fu crepato.
Sembravan gli occhi al conte bragie accese;
E poi che intorno assai fu regirato,
Quel gran gigante alla terra distese,
Con più ruina assai ch'io non descrivo;
Non sa Ranchera se egli è morto o vivo.
Avea il gigante in capo un gran capello,
Ma nol diffese dal colpir del conte,
Che col pomo del brando a gran flagello
Roppe il capello e l'osso de la fronte;
Per naso e bocca uscir fece il cervello.
Due anime a l'inferno andâr congionte,
Perché Oridante allor, né più né meno,
Pel sangue perso cadde nel terreno.
E Brandimarte li tagliò la testa,
Lasciando in terra il smisurato busto;
Poi corse al conte e fecegli gran festa
E grande onor, come è dovuto e iusto.
L'altro gigante è mosso con tempesta,
Più fier de' primi, ed ha nome Marfusto:
Brandimarte dal conte ottenne graccia
Far con costui battaglia a faccia a faccia.