E, vergognando andarli tutti adosso,
Ordinorno che Oberto dal Leone
Fosse contra de lui soletto mosso;
E quando avesse il peggio alla tenzone,
Il re Adrïano l'avesse riscosso;
E, bisognando, movesse Grifone,
Al qual donasse aiuto il suo germano;
E Chiarïone a lui, de mano in mano.

Aveva Oberto una estrema possanza,
E fu de' digni cavallier del mondo;
Sprona il destriero ed impugna la lanza.
Non fu mai corso tanto foribondo
Quanto hanno e duo baron pien de arroganza
Credendo metter l'uno l'altro al fondo;
Poco vantaggio fu nel gionger saldo,
Me se ge ne fu alcun, fu de Ranaldo.

E ritornarno con brandi taglienti
Alla terribil zuffa, inanimati
Per darsi morte, a guisa de serpenti,
Sempre menando colpi disperati.
Avean tagliati tutti e guarnimenti,
E rotti e scudi e li usberghi spezzati;
Ma Ranaldo con lui de maestria
E ancor di forza vantaggio avia.

Menando le botte aspere e diverse,
Ranaldo, che aspettava, il tempo ha còlto;
Però che, come Oberto se scoperse,
Gionse Fusberta, e l'elmo ebbe disciolto.
La barbuta e il guancial tutto li aperse,
E crudelmente lo ferì nel volto;
E fu il colpo sì fiero e smisurato,
Che come morto lo distese al prato.

Questo veggendo il franco re Adrïano,
Che stava apparecchiato alla riscossa,
Mosse a gran furia, correndo nel piano
Con una lanza smisurata e grossa.
Era senza asta il sir de Montealbano,
Ché l'avea rotta alla prima percossa,
Ma correndo ne vien col brando nudo;
Il re Adrïano il gionse a mezo il scudo.

La lancia ne andò al ciel, rotta a tronconi,
Né se mosse Ranaldo più che un sasso.
Or ben vi sazo dir che e due ronzoni
Non venian di galoppo né di passo,
Anci se urtarno insieme come troni,
Petto per petto, con molto fraccasso;
Ma quel del re Adrïano andò per terra:
Grifone incontinente il brando afferra.

Non volse lancia il cavallier pregiato,
E quasi ancor de andar se vergognava,
Parendoli Ranaldo affaticato.
Or, come io dissi, la spada pigliava;
L'arme avea tutte e il destriero affatato,
Né d'altra cosa lui se dubitava,
Salvo de non potersi indi partire
Che non facesse Ranaldo morire.

E dolcemente lo volea pregare
Che li piacesse de lasciar la impresa.
Disse Ranaldo a lui: - Non predicare;
Fuggi in mal'ora, o prendi tua diffesa. -
Quando Grifone intese quel parlare,
La faccia li vampò di foco accesa,
Ed a lui disse: - Io non soglio fuggire,
Ma tua superbia ti farà morire. -

Compìto non avea queste parole,
Che il principe il ferì con tal roina,
Che veder non sapea se è luna o sole,
Né se gli era da sera o da matina.
Ranaldo a lui diceva: - Altro ce vôle
Che il destrier bianco e l'armatura fina
A voler esser bon combattitore!
Lena bisogna ed animoso core. -

Quando Grifone intese con oltraggio
Dal sir de Montealbano esser schernito,
Turbato oltra misura nel coraggio
Ferilli ad ambe man l'elmo forbito;
E benché a quel non facesse dannaggio,
Ché era incantato, come avete odito,
Fu il colpo di tal furia e tal tempesta
Che tutta quanta gli stordì la testa.