Non pone indugia, che un altro li mena,
Con più roina assai de quel primiero;
Non sentì mai Ranaldo maggior pena,
E tutto fraccassato avea il cimiero.
- Io ti farò sentir se ho core e lena,
E se altro vôlsi che un bianco destriero,
Vil ribaldo, di strata rio ladrone! -
Queste parole diceva Grifone.

E menò il terzo colpo assai maggiore,
Così come era tutto invelenito,
E tanta fretta mena e tal furore,
Che Ranaldo non può prender partito.
Ma come piacque a l'alto Creatore,
Sempre ne l'elmo l'aveva ferito,
Ché, se l'avesse gionto in altro loco,
Serìa durata la battaglia poco;

Però che avria spezzata ogni armatura:
Ma l'elmo stette alle percosse saldo.
Turbato era Grifone oltra misura,
Né mai fu de grande ira tanto caldo;
Ma d'altra parte a voi lascio la cura
Di pensar come stesse il pro' Ranaldo;
Ché Mongibel non arde né Vulcano,
Più che facesse il sir de Montealbano.

Sembrava gli occhi suoi faville accese,
E parea nel soffiar tempesta e vento;
Cridando ad ambe man Fusberta prese,
E ferisce a Grifon con ardimento.
Sette armature non serian diffese,
Se non vi fosse stato incantamento;
Ma quella fatasone era sì forte
Che campò il giovanetto dalla morte.

Abenché se stordì della percossa,
Ed alle crine del destrier s'inchina;
E non avendo ancor l'alma riscossa,
Ranaldo lo ferì con gran ruina.
Ma il giovanetto, che avea tanta possa,
Ed è guarnito di armatura fina,
Come risente, di nulla si cura,
E mena colpi grandi oltra misura.

E sì crudel battaglia han cominciata,
Che un'altra non fu mai cotanto dura;
Né mai chiesen ripossa alcuna fiata,
Né di doglia o de affanno alcun si cura.
La faccia avea ciascun tanto infiammata,
Che solo a riguardarli era paura;
E, chi mirava da lontano un poco,
Parea che fuor de l'elmi uscisse foco.

Né si scorgìa vantaggio di nïente,
Benché meglio Grifone fosse armato.
Cresce d'ognor lo assalto più fervente,
Qual già presso a cinque ore avea durato.
Dicea Ranaldo: - O Cristo onnipotente,
Se bene in altra cosa aggio peccato,
Non ne volere in questo far amendo,
Ché adesso il dritto e la ragion diffendo!

Tu sai, Segnor, se iusta è la mia impresa,
Ché a te menzogna se direbbe in vano;
Grifon de un Saracino ha la diffesa
Contra di me, che pur son cristïano.
Per un can Saracin lui fa contesa,
Crudele, iniquo, perfido e inumano:
Fa, re del ciel, che chiaro ora comprenda
Che la iustizia per te se diffenda. -

Così parlava; ed ancora Grifone,
Tuttavia combattendo a gran ruina,
Mirava al celo con devozïone.
- Vergine, - dicea lui - del cel regina,
Abbi del mio fallir compassïone,
Né abandonar questa anima tapina!
Che, benché in altre cose aggia peccato,
In questo è pur il dritto dal mio lato.

Sempre parlai con Ranaldo de pace,
E lui me oltraggia con tal villania,
Che adoprar mi convien quel che me spiace
E far battaglia contra a voglia mia.
Suo tanto orgoglio e suo parlar mordace
Me hanno condutto a questa pugna ria;
E il tuo soccorso aspetto, che è dovuto,
Ché sempre a' bisognosi doni aiuto. -