In tal forma pregavan con pietate,
Tuttavia combattendo, quei guerreri;
Né mai se vedean ferme le sue spate,
Ma colpi sopra colpi ognor più fieri;
Né se temean l'un l'altro in veritate,
Tanto eran prodi e de virtute altieri,
Che a brando, a lancia, a piedi e su l'arcione,
Potean con ciascun stare al paragone.
Ma nel presente io voglio differire
Il fin di questa pugna sì rubesta;
De Orlando e Brandimarte vi vo' dire,
Che son con quella dama alla foresta,
Quale han campata da crudel martìre,
E tre giganti occisi con tempesta,
Come doveti aver nella memoria;
Or de quel fatto io vo' seguir la istoria.
Brandimarte giacea sopra a quel prato,
Come io vi dissi, tutto sanguinoso,
Con l'elmo rotto e scudo fraccassato
Pel colpo di Marfusto furïoso.
Orlando in braccio se l'avea recato,
E piangea forte quel conte pietoso.
Ma quella damisella a mano a mano
Giù del gambelo discese nel piano,
Ed andò prestamente ivi alla fonte,
Ch'era nel mezo del prato fiorito,
E gettando acqua a Brandimarte in fronte
Ritornar fece il spirto sbigotito:
E dolcemente ragionando al conte
Dicea voler pigliare altro partito,
Ché poco longe una erba avea veduta,
Qual racquista la vita ancor perduta.
Dentro alla selva che girava intorno
La damisella se pone a cercare,
Né stette molto, che fece ritorno
Con l'erba che a virtute non ha pare.
Ad ôr simiglia quando è chiaro il giorno,
La notte poi se vede lampeggiare;
Il fior vermiglio ha la pianta felice,
E come argento è bianca sua radice.
Avea il baron la testa dissipata
Per il gran colpo, come aveti odito;
Posevi dentro quella erba fatata
La damisella, e chiusela col dito.
Fu incontinente la piaga saldata,
Né pur se vede dove era ferito;
Ma, come il spirto li fu ritornato,
Di Fiordelisa il conte ha dimandato.
- Eccola quivi! - a lui rispose Orlando
- Lei sola ti campò veracemente. -
Così rispose il conte al suo dimando,
Perché de l'altra non sapea nïente.
Brandimarte mirò la dama, e quando
Vide che non è quella, un dolor sente
Sì smisurato e sì nocivo al core,
Che quel del trapassar serìa minore.
Volgendo al cel le luce lacrimose:
- Chi mi campò, - dicea - da mortal sorte
Per darmi pene tanto dolorose?
Or non me era assai meglio aver la morte?
Spirti dolenti ed anime piatose
Che stati del morir sopra le porte,
Pietà vi prenda della pena mia,
Ch'io vo' venir con vosco in compagnia!
Non voglio viver, non, senza colei,
Che sola ene il mio bene e 'l mio conforto;
Vivendo, mille volte io morirei.
Ahi, Fortuna crudel, come a gran torto
Presa hai la guerra contro a' fatti miei!
Or che te giovarà poi che sia morto?
Che farai poi, crudel, senza lïanza?
Ché morte finirà la tua possanza.
Tolto m'hai del paese ove fui nato,
Ché ancor me odiasti essendo fanciullino;
Di mia casa reale io fui robato,
E venduto per schiavo piccolino;
Il nome de mio patre aggio scordato
E il mio paese, misero! tapino!
Ma solo il nome de mia matre ancora
Fermo nella memoria mi dimora.