Fortuna dispietata, iniqua e strana,
Tu me facesti servo ad un barone,
Quale era conte di Rocca Silvana;
E poi, per darmi più destruzïone,
Con falso viso ti mostrasti umana:
E il conte, che mi desti per padrone,
Franco mi fece; e, non avendo erede,
Ogni sua robba e il suo castel mi dede.

E per fingerti a me più grata e sciolta,
Dama me desti de tanta beltate:
Quella me desti che adesso m'hai tolta,
Per farmi ora morir con crudeltate.
Odi, fallace, e il mio parlare ascolta:
Nocer non posso alla tua vanitate,
Ma sempre biasmarotti ed in eterno
Di te me andrò dolendo nello inferno. -

Così parlando sì forte piangia,
Che avria spezzato un sasso di pietate.
Il conte Orlando gran dolor n'avia,
E quella dama con umanitate
Dolcemente parlando gli dicia:
- Molto me incresce di tua aversitate,
E debbo avere assai compassïone,
Perché a dolermi teco aggio cagione.

E vo' che intendi se le cose istrane
Son date ad altri ancor dalla Fortuna.
Mio padre è re delle Isole Lontane,
Dove il tesor del mondo se raduna;
E tanto argento ed oro ha in le sue mane,
Che altro tanto non è sotto la luna,
Né ricchezza maggior al sol si vede;
Ed io restavo a tanto bene erede.

Ma non se puote indivinar giammai
Quel che sia meglio a desïare al mondo.
Di re figliola e bella mi trovai,
Ricca de avere e de stato iocondo;
E ciò mi fu cagion de molti guai,
Come te contaraggio il tutto a tondo,
Perché cognosci a quel che èmmi incontrato,
Che anzi alla morte alcun non è beato.

Era la fama già sparta de intorno
Della ricchezza del mio patre antico;
E nominanza del mio viso adorno,
O vera o falsa, pur come io te dico,
Menò duo amanti a chiedermi in un giorno,
Ordauro il biondo e il vecchio Folderico;
Bello era il primo dal zuffo alla pianta,
L'altro de li anni avea più de sessanta.

Ricco ciascuno e de schiatta gentile;
Ma Folderico sagio era tenuto
E de uno antiveder tanto sotile,
Che come a Dio del cel gli era creduto.
Ordauro era di forza più virile,
E grande di persona e ben membruto;
Io, che a quel tempo non chiedea consiglio,
Il vecchio lascio, e il giovine me piglio.

Non era tutta mia la libertate,
Però che il patre mio vi tenea parte;
Vergogna rafrenò la voluntate,
Che presto in nave avria tratto le sarte.
Ed anco mi stimava in veritate
Poter mandar mia voglia al fin con arte,
Ed ottenire Ordauro di leggiero;
Ma fallito me andò questo pensiero.

Nelli antichi proverbii dir se suole
Che malizia non è che donna avanze;
Salamon disse già queste parole,
Ma al nostro tempo se ritrovan cianze.
Provato l'ho a mio costo, e ben mi dole,
Ch'aggio perduto l'ultime speranze,
Per confidarme alla malizia mia;
Perso ho quel ch'io volevo e quel ch'io avia.

Perché, fingendo la faccia vermiglia
E gli occhi quanto io pote vergognosi,
Con quel parlar che a pianto se assomiglia,
Nanti al mio patre ingenocchion mi posi,
E dissi a lui: "Segnor, s'io son tua figlia,
Se sempre il tuo volere al mio preposi,
Come fatto ho di certo in abandono,
Non mi negare a l'ultimo un sol dono.