Nel sasso entrava quel falso vecchione,
Cridando la donzella ad alta voce.
Lui ha ben ferma e certa opinïone
Di sfocar quel disio che il cor gli coce;
Ma ne la tomba alor stava un leone
Ismisurato, orribile e feroce;
Il quale, odendo il crido e gran rumore,
Uscì fremendo con molto furore.
Come lo vide il vecchio fuora uscire,
Non domandati se egli ebbe paura;
Pallido in faccia se pose a fuggire,
Lasciando quella bella creatura,
Che di spavento credette morire;
Ma, come volse sua bona ventura,
Lasciolla quel leone, e via passava,
Seguendo il vecchio che fuggendo andava.
Lui gionse il vecchio, che al bosco fuggiva,
E tutto quanto l'ebbe a dissipare.
La dama non restò morta né viva,
Né di paura sa quel che si fare;
Pur così quatta per la verde riva
Nascosamente prese a caminare,
E già callato avendo il monte al piano
Ritrovò uno omo contrafatto e strano.
Questo era grande e quasi era gigante,
Con lunga barba e gran capigliatura,
Tutto peloso dal capo alle piante:
Non fu mai visto più sozza figura.
Per scudo una gran scorza avia davante,
E una mazza ponderosa e dura;
Non avea voce de omo né intelletto:
Salvatico era tutto il maladetto.
Come la dama riscontrò nel prato,
Presela in braccio; e, caminando forte,
Ad una quercia che era lì da lato,
La legò stretta con rame ritorte.
Poi là vicino a l'erba fu colcato,
Mirando lei, che ognior chiedea la morte;
Lei chiedendo morir sempre piangea,
Ma questo omo bestial non la intendea.
Lasciamo il dir di quella sventurata,
Che de l'un male in l'altro era caduta;
Ella di stroppe alla quercia è legata,
E sol piangendo il suo dolore aiuta.
Ora ascoltati de l'altra brigata,
Che per cercarla al bosco era venuta:
Orlando e Brandimarte e la donzella
Per lor campata da fortuna fella.
In croppa la portava il conte Orlando,
E dolcemente la prese a pregare
Che gli contasse, così caminando,
Quel che promesso avea di ragionare.
Lei, prima leggermente sospirando,
Disse: - D'ognor che senti racontare
De alcun vecchio marito beffa nova,
Tientela certa, e non chieder più prova.
Perché tante ne son fatte nel mondo,
Strane e diverse, come aggio sentito,
Che per vergogna già non me nascondo
Se anch'io ne feci un'altra al mio marito;
Anci mi torna l'animo iocondo
D'ognor ch'io mi ramento a qual partito
Fo da me scorto quel vecchio canuto,
Che sì scaltrito al mondo era tenuto.
Sì come alla fontana io te contai,
Quel vecchio di me fece il male acquisto;
Il celo e la fortuna biastemai,
Ma ad esso assai toccava esser più tristo,
Ché ne dovea sentire eterni guai,
Né fu dal suo gran senno assai provvisto
A prender me fanciulla, essendo veglio;
Che tuorla antica o star senza era meglio.
Lui me condusse con solenne cura,
Con pompa e con trionfo glorïoso,
Ad una rocca che ha nome Altamura,
Dove il suo gran tesor stava nascoso.
Di quel che gli intravenne ebbe paura,
Né ancor vista m'avea, che era zeloso;
Però me pose dentro a quel girone,
Intro una ciambra, peggio che pregione.