E se il suo brando non fosse legato
Al destro braccio, come lui portava,
Ben li serìa caduto al verde prato.
Or Rabicano a gran furia ne andava,
Perché Ranaldo il freno avea lasciato,
Né dove fosse alor se ricordava;
Ma di profondo spasmo e di dolore
Ave perduto lo intelletto e il core.
Aquilante, de orgoglio e d'ira pieno,
Per tutto intorno al campo lo seguìa;
Ed avea preso al cor tanto veleno,
Che così volontier morto l'avria,
Come fosse un pagan, né più né meno.
Ma ritornò Ranaldo in sua balìa;
Proprio alor che Aquilante l'avea gionto,
In sé rivenne vigoroso e pronto.
E, ritrovato il brando che avea perso,
Voltò contra Aquilante il corridore,
Acceso di furor troppo diverso;
Con quanta forza mai puote maggiore,
Lo gionse a mezo l'elmo nel traverso.
Non valse ad Aquilante il suo valore,
Né l'arme fatte per incantamento,
Ché stramortito perse il sentimento.
Ranaldo già nïente indugiava,
Perché era d'ira pieno a quella fiata,
E l'elmo prestamente li slaciava,
E ben gli avrebbe la testa tagliata:
Ma Chiarïone la lancia arrestava,
Così come era la cosa ordinata;
Né de lui se accorgendo il fio d'Amone,
Di traverso il ferì sopra il gallone.
Piastra non lo diffese o maglia grossa,
Ma crudelmente al fianco l'ha ferito.
Alor che ebbe Ranaldo la percossa,
Grifone aponto se fo risentito,
Ch'era stato gran pezzo in molta angossa
E fuora de intelletto sbalordito;
Via passò Chiarïon, rotta ha la lancia,
Ché tenire il destrier non ha possancia.
Or, come io dissi, Grifon se risente,
Alor che via ne andava Chiarïone,
E non sapea de Aquilante nïente,
Né de questo altro ancor la questïone,
Ché mosso non serebbe certamente;
Ma così come uscì de stordigione,
Per vendicarse il colpo che avea còlto
Verso a Ranaldo furïoso è vòlto.
Non era ancora il sir de Montealbano
Aconcio ne l'arcione e rassettato,
Per quello incontro sì crudo e villano
Che quasi fuor di sella andò nel prato,
Quando gionse Grifon col brando in mano;
Trovandolo improviso e sbarattato,
Gli donò un colpo orribile e possente:
Voltosse il fio de Amon come un serpente.
Come un serpente per la coda preso,
Che gonfia il collo e il busto velenoso,
Cotal Ranaldo, de grand'ira acceso,
A Grifon se rivolse nequitoso;
E ben l'avrebbe per terra disteso,
Tanto menava un colpo furïoso;
Se non che Chiarïon, ch'era voltato,
Giongendo sturbò il gioco cominciato.
E sopra il braccio destro lo percosse,
Come ebbe de improviso ad arivare,
E con tanta ruina lo commosse,
Che quasi il fece il brando abandonare.
Pensati se Ranaldo ora adirosse,
Che perder non vo' tempo al racontare;
Forte cridando, giura a Dio divino
Che tutti non gli stima un vil lupino.
E se rivolta contra a Chiarïone,
E darli morte al tutto è delibrato;
Ma già per questo non resta Grifone,
Né il lascia prender lena e trare il fiato.
Ecco Aquilante ariva alla tenzone,
Che era de stordigion già ritornato,
Ma non già al tutto, perché veramente
Non s'accorgea de gli altri duo nïente: