Astolfo ne la piaza era tornato
Sopra a un portante e bianco palafreno;
Non avea arme, fuor che 'l brando a lato,
E tra le dame, con viso sereno,
Piacevolmente s'era solacciato,
Come quel che de motti è tutto pieno.
Ma mentre che lui ciancia, ecco Grifone
Fu da Grandonio messo in sul sabbione.
Era costui di casa di Maganza,
Che porta in scudo azuro un falcon bianco.
Crida Grandonio con molta arroganza:
- O Cristïani, è già ciascadun stanco?
Non gli è chi faccia più colpo de lanza? -
Allor se mosse Guido, il baron franco,
Quel de Borgogna, che porta il leone
Negro ne l'oro; e cadde dello arcione.
Cadde per terra il possente Angelieri,
Che porta il drago a capo de donzella.
Avino, Avolio, Otone e Berlenzeri,
L'un dopo l'altro fur tolti di sella.
L'acquila nera portan per cimeri,
La insegna a tutti quattro era pur quella;
Ma il scudo a scacchi d'oro e de azuro era,
Come oggi ancora è l'arma di Bavera.
Ad Ugo di Marsilia diè la morte
Questo Grandonio, che è tanto gagliardo.
Quanto più giostra, più se mostra forte;
Abbatte Ricciardetto e il franco Alardo,
Svilaneggiando Carlo e la sua corte,
Chiamando ogni cristian vile e codardo.
Ben sta turbato in faccia lo imperieri;
Eccoti gionto il marchese Olivieri.
Parve che il ciel se aserenasse intorno,
Alla sua gionta ogni omo alciò la testa.
Venìa il marchese in atto molto adorno;
Carlo li uscitte incontra con gran festa.
Non vi sta queta né tromba, né corno,
Piccoli e grandi de cridar non resta:
- Viva Olivier, marchese di Vïena! -
Ride Grandonio e prende la sua antena.
Or se ne va ciascun de animo acceso,
Con tanta furia quanta si può dire;
Ma chiunche guarda, attonito e suspeso,
Aspetta il colpo di quel gran ferire;
Né solo una parola avresti inteso,
Tanto par che ciascuno attento mire.
Ma nello scontro Olivier di possanza
Nel scudo ad alto li attaccò la lanza.
Nove piastre de acciaro avea quel scudo:
Tutte le passa Olivier de Vïena.
Ruppe lo usbergo, e dentro al petto nudo
Ben mezo il ferro gl'inchiavò con pena.
Ma quel gigante dispietato e crudo
Ferì in fronte Olivier con quella antena;
E con tanto furor di sella il caccia,
Che andò longe al destrier ben sette braccia.
Ogni om crede di certo che 'l sia morto,
Perché l'elmo per mezo era partito,
E ciascadun che l'ha nel viso scorto,
Giura che il spirto al tutto se n'è gito.
Oh quanto Carlo Magno ha disconforto!
E piangendo dicea: - Baron fiorito,
Onor della mia corte, figliol mio,
Come comporta tanto male Iddio? -
Se quel pagano in prima era superbo,
Or non se può se stesso supportare,
Cridando a ciascadun con atto acerbo:
- O paladini, o gente da trincare,
Via alla taverna, gente senza nerbo!
Io de altro che di coppa so giuocare.
Gagliarda è questa Tavola Ritonda,
Quando minaccia e non vi è chi risponda! -
Quando il re Carlo intende tanto oltraggio,
E di sua corte così fatto scorno,
Turbato nella vista e nel coraggio,
Con gli occhi accesi se guardava intorno.
- Ove son quei che me dièn fare omaggio,
Che m'hanno abandonato in questo giorno?
Ov'è Gan da Pontieri? Ove è Rainaldo?
Ove ene Orlando, traditor bastardo?