Figliol de una puttana, rinegato!
Che, stu ritorni a me, poss'io morire,
Se con le proprie man non t'ho impiccato! -
Questo e molt'altro il re Carlo ebbe a dire.
Astolfo, che di dietro l'ha ascoltato,
Occultamente se ebbe a dispartire,
E torna a casa, e sì presto si spaccia,
Che in un momento gionse armato in piaccia.
Né già se crede quel franco barone
Aver vittoria contra del pagano,
Ma sol con pura e bona intenzïone
Di far il suo dover per Carlo Mano.
Stava molto atto sopra dello arcione,
E somigliava a cavallier soprano;
Ma color tutti che l'han cognosciuto,
Diceano: - Oh Dio! deh mandaci altro aiuto! -
Chinando il capo in atto grazïoso
Davante a Carlo, disse: - Segnor mio,
Io vado a tuor d'arcion quello orgoglioso,
Poi ch'io comprendo che tu n'hai desio. -
Il re, turbato d'altro e disdegnoso,
Disse: - Va pur, ed aiuteti Iddio! -
E poi, tra' soi rivolto, con rampogna
Disse: - E' ci manca questa altra vergogna. -
Astolfo quel pagano ha minacciato
Menarlo preso e porlo in mar al remo,
Onde il gigante sì forte è turbato,
Che cruccio non fu mai cotanto estremo.
Nell'altro canto ve averò contato,
Se sia concesso dal Segnor supremo,
Gran meraviglia e più strana ventura
Ch'odisti mai per voce, o per scrittura.
Canto terzo
Segnor, nell'altro canto io ve lasciai
Sì come Astolfo al Saracin per scherno
Dicea: - Briccone, non te vantarai,
Se forse non te vanti ne l'inferno,
Di tanti alti baron che abattuto hai.
Sappi, come io te piglio, io ti governo
Nella galea. Poi che sei gigante,
Farotte onore, e serai baiavante. -
Il re Grandonio, che sempre era usato
Dire onta ad altri, e mai non l'ascoltare,
Per la grande ira tanto fu gonfiato,
Quanto non gonfia il tempestoso mare
Alor che più dal vento è travagliato
E fa il parone ardito paventare.
Tanto Grandonio se turba e tempesta,
Battendo e denti e crollando la testa,
Soffia di sticcia che pare un serpente,
Ed ebbe Astolfo da sé combiatato;
E rivoltato nequitosamente,
Arresta quel gran fusto e smisurato;
E ben se crebbe lui certanamente
Passarlo tutto, insin da l'altro lato,
O de gettarlo morto in sul sabbione,
O trarlo in duo cavezzi de l'arcione.
Or ne viene il pagano furïoso.
Astolfo contra lui è rivoltato,
Pallido alquanto e nel cor pauroso,
Bench'al morir più che a vergogna è dato.
Così con corso pieno e ruïnoso
Se è un barone e l'altro riscontrato.
Cadde Grandonio; ed or pensar vi lasso
Alla caduta qual fu quel fraccasso.
Levosse un grido tanto smisurato,
Che par che 'l mondo avampi e il cel ruini.
Ciascun ch'è sopra a' palchi, è in piè levato,
E cridan tutti, grandi e piccolini.
Ogni om quanto più può s'è là pressato.
Stanno smariti molto i Saracini;
L'imperator, che in terra il pagan vede,
Vedendol steso a gli occhi soi non crede.