Nella caduta che fece il gigante,
Perché egli uscì d'arcion dal lato manco,
Quella ferita ch'egli ebbe davante,
Quando scontrosse col marchese franco,
Tanto s'aperse, che questo africante
Rimase in terra tramortito e bianco,
Sprizzando il sangue fuor con tanta vena,
Che una fontana più d'acqua non mena.

Chi dice che la botta valorosa
De Astolfo il fece, ed a lui dànno il lodo.
Altri pur dice il ver, come è la cosa.
Chi sì, chi no, ciascun parla a suo modo.
Fu via portato in pena dolorosa
Il re Grandonio; il qual, sì com'io odo,
Occise Astolfo al fin per tal ferita,
Benché ancor lui quel dì lasciò la vita.

Stavasi Astolfo nel rengo vincente,
Ed a se stesso non lo credea quasi.
Eraci ancor della pagana gente
Duo cavallier solamente rimasi,
Di re figlioli, e ciascadun valente,
Giasarte il bruno e 'l biondo Pilïasi.
Il padre de Giasarte avea acquistata
Tutta l'Arabia per forza de spata.

Ma quel de Pilïasi la Rossìa
Tutta avea presa, e sotto Tramontana
Tenea gran parte de la Tartaria,
E confinava al fiume della Tana.
Or, per non far più longa diceria,
Sol questi duo della fede pagana
Giostrorno con Astolfo, e in breve dire
L'un dopo l'altro per terra fe' gire.

In questo un messo venne al conte Gano,
Dicendo che Grandonio era abbattuto.
Lui creder non può mai che quel pagano
Sia per Astolfo alla terra caduto;
Anci pur stima e rendesi certano,
Che qualche caso strano intervenuto
A quel gigante, fuor d'ogni pensata,
Sia stato la cagion di tal cascata.

Onde se pensa lui mo d'acquistare
Di quella giostra il trïonfale onore;
E per voler più bella mostra fare,
Con pompa grande e con molto valore,
Undeci conti seco fece armare,
Ché di sua casa n'avea tratto il fiore.
Va nanti a Carlo, e con parlar gagliardo
Fa molta scusa del suo gionger tardo.

O sì o no che Carlo l'accettasse,
Io nol so dir; pur gli fe' bona ciera.
Parme che Gano ad Astolfo mandasse;
Poi che non gli è pagano alla frontera,
Che la giostra tra lor se terminasse;
Perché, essendo valente come egli era,
Dovea agradir quante più gente vano
A riscontrarlo, per gettarli al piano.

Astolfo, che è parlante di natura,
Diceva al messo: - Va, rispondi a Gano:
Tra un Saracino e lui non pongo cura,
Ché sempre il stimai peggio che pagano,
De Dio nimico e d'ogni creatura,
Traditor, falso, eretico e villano.
Venga a sua posta, ch'io il stimo assai meno
Che un sacconaccio di letame pieno. -

Il conte Gano che ode quella ingiuria,
Nulla risponde; ma tutto fellone
Verso de Astolfo se ne va con furia;
E fra se stesso diceva: "Giottone!
Io te farò di zanze aver penuria."
Ben se crede gettarlo dello arcione,
Perché ciò far non gli era cosa nova,
Ed altre volte avea fatto la prova.

Or non andò come si crede il fatto:
Gano le spalle alla terra mettia.
Macario dopo lui si mosse ratto,
E fe', cadendo, a Gano compagnia.
- Potrebbe fare Iddio, che questo matto -
Diceva Pinabello - a cotal via
Vergogna tutta casa di Magancia? -
Così dicendo arresta la sua lancia.