Forte tira Aquilante ad ambe braccia;
Marfisa abranca lui di sopra al scudo,
E via dal petto con la mano il straccia.
Allor Grifone, il giovanetto drudo,
De aiutare Aquilante se procaccia,
E menò un colpo dispietato e crudo,
Tal che col brando il scudo gli fracassa;
Lei se rivolta ed Aquilante lassa.

Lascia Aquilante e voltasi al germano,
E lo ferì de un colpo furïoso;
Or chi più presto può, gioca de mano,
Né indugia vi si pone, o alcun riposo.
Come in un tempo oscuro e subitano,
Che vien con troni e vento ruïnoso,
Grandine e pioggia batte in ogni sponda,
Che l'erbe strugge e gli arbori disfronda;

Così son essi, ed era il suo colpire:
Nïun de' duo quella dama abandona,
Or l'uno or l'altro l'ha sempre a ferire.
Lei da altra parte è sì franca persona,
Che il lor vantaggio poco viene a dire.
Alle spesse percosse il cel risuona;
Né vinti fabri a botta di martello
Farian tanto rumore e tal flagello.

Vicino a questi, proprio in su quel piano,
Era un'altra terribil questïone,
Però che 'l franco sir de Montealbano
Ha il re Adrïano adosso e Chiarïone.
Benché ferito è quel baron soprano
Forte nel braccio manco e nel gallone,
Pure è sì fiero e sì di guerra saggio,
Che a' duo combatte ed ha sempre avantaggio.

Tra il forte Oberto e quel re de Turchia
La zuffa cominciata ancor durava;
Torindo la battaglia mantenia,
Abenché Oberto forte lo avanzava.
Più fier cresce lo assalto tutta via,
In quei tre lochi ogni om se adoperava;
Vero è che con più ardore ed altra guisa
Se combattea là dove era Marfisa.

Ma poi de tutte tre queste battaglie
Vi contaraggio il fin, ciò vi prometto;
Or convengo narrarvi altre travaglie
De il conte Orlando, che giva soletto
Tra l'aspre spine e le sassose scaglie,
Dove il lasciai, in quel folto boschetto;
Sol di trovare il suo compagno ha cura,
Sempre cercando insino a notte scura.

Da poi che 'l giorno al tutto fu passato,
E già splendia nel cel ciascuna stella,
E non trova colui che egli ha cercato,
Né scontra che de quel sappia novella,
Smonta Baiardo e discese nel prato,
Ed avea seco quella damigella
Di cui longo parlare aveti odito,
Qual fie' la beffa al suo vecchio marito.

Lei de essere assalita dubitava,
E forse non gli avria fatto contrasto;
Ma questo dubbio non gli bisognava,
Ché Orlando non era uso a cotal pasto.
Turpino affirma che il conte de Brava
Fo ne la vita sua vergine e casto.
Credete voi quel che vi piace ormai;
Turpin de l'altre cose dice assai.

Colcossi a l'erba verde il conte Orlando,
Né mai se mosse insino al dì nascente.
Lui dormia forte, sempre sornachiando;
Ma la donzella non dormì nïente,
Perché stava sospesa, imaginando
Che questo cavallier tanto valente
Non fosse al tutto sì crudo de core,
Che non pigliasse alcun piacer de amore.

Ma poi che la chiara alba era levata,
E vide del baron le triste prove,
In groppa gli montò disconsolata,
E se saputo avesse andare altrove,
Via volentieri ne serebbe andata;
Ma, come io dico, non sapeva il dove.
Malinconiosa e tacita si stava:
Il conte la cagion gli domandava.