Rotta che fo la pietra per traverso,
Duo tori uscirno con molto rumore,
Ciascun più fiero orribile e diverso,
Con vista cruda e piena di terrore.
Le corne avian di ferro, e il pel riverso
Tutto alla testa, e di strano colore,
Però che or verde, or negro se mostrava,
Or giallo, or rosso, e sempre lustrigiava.
Aperse Orlando il libro incontinente;
Così diceva a ponto la scrittura:
'Cavallier, sappi che serai perdente,
Se ad occider quei duo tu poni cura,
Ché con la spada faresti nïente;
Ma se vôi trare a fin questa ventura,
Pigliarli te convien con molta pena
E legarli ambi insieme a una catena.
Poi che sian gionti, ti conviene andare
Là dove vedi la pietra intagliata,
E il campo ivi de intorno tutto arare;
E questo è quanto alla prima sonata.
Nella seconda torna a riguardare,
Perché il modo e la via te fia mostrata
De aver de questa impresa onore o morte.
Via! via! barone; e fa che te conforte.'
Non fece Orlando al libro più riguardo,
Ma se rivolse al fraccassato sasso;
Né certo bisognava esser più tardo,
Però che e tori uscirno a gran fracasso.
Esso era già smontato di Baiardo,
E lor contra ne andava a fermo passo.
Or gionse il primo ed abassa la testa
E ferì in fianco il conte a gran tempesta.
Più de otto braccia ad alto l'ha gettato,
E cade in terra con grave percossa.
Gionse il secondo, e col corno ferrato
Ruppe le piastre, usbergo e maglia grossa,
E un'altra fiata al cel lo ebbe levato,
E ben gli fe' doler le polpe e l'ossa;
Vero è che alcun di lor non l'ha ferito,
Perché è fatato il cavalliero ardito.
Or se lui se turbò, non dimandate,
Ché contar non puotria la voce umana;
Come ebbe in terra le piante fermate,
Ben dimostrava sua forza soprana,
Botte menando tanto desperate
Che sibillar faceva Durindana;
E per le corne e pel dosso peloso
Mena a traverso il conte furïoso.
Ma, come il brando suo fosse de un fusto,
Non li puotea tagliar la pelle adosso;
Così fatato avean quei tori il busto,
Che tutti e brandi un pel no' gli avrian mosso;
E benché 'l conte fosse aspro e robusto,
L'avean di qua, di là tanto percosso,
Con le corne di ferro sì pistato,
Che a gran fatica puotea trar il fiato.
Pur, come quel che è fiero oltra a misura,
Facea del suo dolore aspra vendetta;
Sempre combatte con vista secura,
E de ferire a l'uno e a l'altro afretta;
E benché abbian la pelle e grossa e dura,
Muggiavan molte fiate per gran stretta,
Ché lui feriva con tanta roina,
Che spesso a terra or questo or quello inchina.
E cominciavan già de rinculare,
A testa bassa facendo diffesa;
Ma, come il conte gli andava a trovare,
Era di novo sua superbia accesa.
Così tre volte se ebbero a fermare,
E tre volte tornarno alla contesa:
Al fine Orlando, per finir la guerra,
Un d'essi in fronte per un corno afferra.
Con la sinistra man nel corno il piglia,
E quel, forte mugiando, furïava
Facendo salti grandi a meraviglia,
E già per questo Orlando nol lasciava.
Esso avea tratto a Baiardo la briglia
E sotto la cintura la portava.
Questa era aredinata di catena:
Prendela il conte e il toro intorno mena.