Questa battaglia conviene esser presta,
Perché il serpente è di tossico pieno,
E getta fumo e fiamma sì molesta,
Che ti farebbe tosto venir meno;
Ma stu potesti tagliarli la testa,
Non dubitar di foco o di veleno,
E piglia pur quel capo arditamente:
Rompilo sì, che ne traggi ogni dente.

E questi denti tu seminerai
In questa terra per te lavorata,
E poi mirabil cosa vederai:
Di tal semente nascer gente armata,
Forte ed ardita, e tu lo provarai.
Or va, che se tu campi a questa fiata
E se tu porti di tal guerra onore,
Di tutto il mondo pôi chiamarti il fiore.'

Non par che in quel libro altro più se scriva:
Il conte prestamente lo serrava,
Perché il serpente già sopra gli ariva
Con l'ale aperte, e gran furia menava,
Gettando sempre foco e fiama viva.
Con alto ardire Orlando l'aspettava;
La bocca aperse il diverso dragone,
Credendosi ingiottirlo in un boccone.

Ma, come piacque a Dio, nel scudo il prese,
E tutto quanto l'ebbe dissipato.
Era di legno, e sì forte se accese,
Che presto e incontinente fu bruciato;
E così il sbergo e l'elmo e ogni altro arnese
Venne quasi rovente ed affocato:
Arsa è la sopravesta, e il bel cimiero
Ardea tuttora in capo al cavalliero.

Non ebbe il conte mai cotal battaglia,
Poi che a quel foco contrastar conviene;
Forza non giova o arte di scrimaglia,
Perché gran fumo, che con fiamma viene,
Gli entra ne l'elmo e la vista li abaglia,
Né apena vede il brando che in man tiene;
Ma, ben che abbia il veder quasi già perso,
Pur mena il brando a dritto ed a roverso.

Così di qua di là sempre menando
In quella zuffa oscura e tenebrosa,
Nel collo il gionse pure al fin col brando,
E via tagliò la testa sanguinosa;
Quella poi prese il conte e, remirando,
Ben gli parve quel capo orribil cosa,
Ch'era vermiglio, d'oro, verde e bruno;
Fuor di quel trasse e denti ad uno ad uno.

L'elmo se trasse poi quel conte ardito
E dentro i denti di quel drago pose;
Dapoi nel campo arato se ne è gito,
Sì come il libro nel suo canto espose.
Dove Bavardo il re fu sepellito,
Seminò lui le seme venenose;
Turpin, che mai non mente in alcun loco,
Dice che penne uscirno a poco a poco.

Penne depinte, dico, de cimieri
Uscirno a poco a poco de la terra,
E dapoi gli elmi e' petti de' guerreri
E tutto il busto integro si disserra.
Prima pedoni, e poscia cavallieri
Uscîr, tutti cridando: - Guerra, guerra! -
Con trombe e con bandiere, a gran tempesta:
Ciascun la lancia verso Orlando arresta.

Veggendo il conte la cosa sì strana,
Disse fra sé: "Questa semenza ria
Mieter mi converrà con Durindana,
Ma s'io n'ho mal, la colpa è tutta mia,
Perché diletto ha pur la gente umana
Lamentarsi d'altrui per sua follia:
Ma colui pianger debbe a doppie doglie
Che per mal seminar peggio raccoglie."

Così dicendo il conte non fu tardo,
Perché a guarnirsi tempo non gli avanza;
L'elmo se alaccia il cavallier gagliardo,
E non aveva più scudo né lanza.
Di piana terra salta su Baiardo
E quel percote con molta arroganza
Contra alla gente che gli ariva intorno,
Che, pur mo nata, die' morir quel giorno.