Or che bisogna ch'io vada contando
E colpi ad un ad uno e il lor ferire,
Dapoi che contra a Durindana il brando
Non val coperta, né arme, né scrimire?
Però concludo in fin che il conte Orlando
Tutti li fece in quel giorno morire;
Come nel campo fur morti e dispersi,
L'arme e i cavalli e i corpi fôr somersi.

Da poi che il conte per tutto ivi intorno
Vide la gente morta e dissipata,
Che in vita fatto avea poco soggiorno,
E dove nacque se era sotterrata,
Lui non indugia e pone a bocca il corno,
Per donar fine alla terza suonata,
E darsi a tal ventura ultimo vanto,
Come io vi contarò ne l'altro canto.

Canto ventesimoquinto

Il conte Orlando il corno a bocca pose,
Sì come a l'altro canto io vi lasciai,
Ché trare al fine in tutto se dispose
L'alte aventure, e non posarsi mai
Sin che quelle opre sì meravigliose
Che apparevano al suon, come contai,
Non fussero apparite tutte quante;
Però suonava quel segnor de Anglante.

Tanto suonava, che al suonar si stanca
Quel vago corno il cavallier ardito.
Nulla d'intorno appare e il giorno manca,
E già temeva lui d'esser schernito,
Quando una cucciarella tutta bianca
Gionse latrando nel prato fiorito;
Il conte alla cuccietta pone cura,
Dicendo: "Dio me doni alta ventura!

Tanta fatica adunque e tanto stento
Aver durato me incresce per certo;
Ma tardo ormai ed indarno mi pento,
Ch'indarno un tanto affanno aggio sofferto.
È questo ciò che me die' far contento?
È questo il guidardone? È questo il merto,
Qual promise la dama in abandono,
Che doveva apparire al terzo suono?"

Così dicendo ratto si voltava
Per girne altrove, tutto disdegnoso;
Il conte il corno per terra gettava
E via fugiva a corso roïnoso.
Ma la donzella a gran voce il chiamava:
- Aspetta, aspetta, baron valoroso!
Ché non è al mondo re né imperatore,
Che abbia ventura di questa maggiore.

Ascolta adunque il mio parlar, che spiana
Di questa cucciarella il bel lavoro.
Una isoletta non molto lontana
Ha il nome ed ha lo effetto del tesoro;
Ivi è una fata, nomata Morgana,
Che alle gente diverse dona l'oro;
Quanto per tutto il mondo or se ne spande,
Convien che ad essa prima se dimande.

Lei sotto terra il manda a l'alti monti,
Dove se cava poi con gran fatica;
E ne' fiumi l'asconde e dentro a' fonti,
E in India, dove il coglie la formica.
Abada e guarda ben che sian disgionti,
Ché ciascaduno un pesce ne nutrica;
E vo' che sappi il nome per ragione:
Timavo è l'uno, e l'altro è il carpïone.

Questi due pesci viveno d'ôr fino.
Ora, per seguitar la mia novella,
Dico che ogni metallo ha in suo domìno
De oro e de argento Morgana la bella;
Ed è venuto per questo confino
Da lei mandata quella cucciarella
Per farte sempre in tua vita beato,
Poiché tre volte il suo corno hai suonato.